La settimana scorsa …

La settimana scorsa sono stato un paio di giorni in Austria, nel
Vorarlberg, la regione più a ovest, vicino al confine svizzero e
al lago di Costanza. Ho partecipato a un breve seminario intitolato
Luce e Architettura” presso la sede dell’azienda dove lavoro, che
produce apparecchi di illuminazione, cioè strumenti per produrre
luce artificiale, oggetti che con l’architettura devono giocoforza
avere a che fare.


Il posto non poteva essere migliore, se nel 2000 la rivista “Wallpaper
scriveva più o meno: “avendo girato tutto il mondo, abbiamo preso la
decisione unanime di nominare il Vorarlberg come la più progressista
zona del pianeta quando si tratta di nuova architettura
.” e via con
uno speciale di dieci pagine. In effetti è vero. Un singolare incontro
di tradizione, cultura artigianale, condizioni socio-politiche e apertura
all’innovazione e ai giovani ha prodotto negli ultimi quarant’anni
risultati unici, e continua a farlo. In Italia a venticinque anni un
neolaureato in architettura sta ancora cercando di capire che fare
del suo futuro, e probabilmente finirà a lavorare sottopagato in qualche
studio. Lì invece molto spesso ha almeno progettato e costruito la
sua casa, sul terreno che la famiglia gli ha dato quando è tornato
dall’università, se non addirittura qualcos’altro.


La domanda d’esordio del mio seminario, provocatoria, invitava a dare
la propria definizione di architettura. Che cosa sia l’architettura
sto cercando di capirlo da un po’, anche se è chiaro che la risposta
non esiste, sui libri ma soprattutto cercando di visitare le architetture
che mi interessano. Una delle poche certezze è infatti che sicuramente
non si può comprendere un’architettura leggendone una descrizione,
guardando una fotografia o un disegno, e nemmeno guardandola dal di fuori. Bisogna entrare nell’edificio, e vivere lo spazio e la sua atmosfera
attraverso i propri sensi, trovarcisi dentro, sentirlo. E’ un’esperienza
fatta di sensazioni e non di parole.


Però a volte è utile anche leggere quello che scrivono gli architetti,
sempre che abbiano qualcosa di interessante da dire e che non allunghino
troppo il brodo, crogiolandosi nel loro architettese. Peter Zumthor è
un rigoroso architetto svizzero che vive a Chur (non troppo distante
dal Vorarlberg e poi proprio a Bregenz ha costruito una magnifica
Kunsthaus…), e mi piace quando scrive che “la buona architettura è
intesa a ospitare l’uomo, a lasciarlo abitare in essa sperimentandola,
e non è intesa a stordirlo con le chiacchiere
” oppure che “la realtà
dell’architettura è ciò che è concreto, ciò che si è fatto forma, massa
e spazio, il suo corpo. Non vi sono idee se non nelle cose
.” Poche
chiacchiere insomma. Un’altra cosa bellissima è il suo dichiararsi
convinto che un buon edificio debba essere in grado di assorbire le
tracce della vita umana, acquisendo una particolare ricchezza. Naturalmente penso alla patina che il tempo deposita sui materiali, agli innumerevoli
graffi che scalfiscono le superfici, alla lucentezza della vernice che si
è incrinata ed è diventata opaca, agli spigoli che l’usura ha levigato.
(…)L’architettura è esposta alla vita. Se il suo corpo è sufficientemente
sensibile, è in grado di sviluppare una qualità che sa rendersi garante
della realtà della vita trascorsa
.”












































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