Dal barbiere

Era il 1950, più o meno. Andavo a bottega in una piccola sartoria, a Torremaggiore, dove sono nato. A imparare il mestiere. Sognavo quegli abiti dal taglio perfetto, che cadevano a pennello, senza una grinza, che vedevo nelle fotografie sulle riviste… Ma come fare ad impadronirsi di quel taglio, di quell'abilità? Lascia perdere, non è roba per noi, quella è gente che ha studiato anni, quelli non sono sarti, sono scienziati…

Finché a diciannove anni salgo su un treno e me ne vado a Torino. E' luglio, fa caldo, ho indosso un vestito estivo e un paio di scarpe leggere. La stazione, i treni, automobili, caos, la città…Non sono mai uscito dal mio paese e non conosco nessuno. Mi metto a cercare un lavoro. Per dormire ho la mia panca alla stazione, per mangiare vado al Cottolengo, dove c'è sempre un piatto di minestra. Passano sei mesi ma di lavoro neanche l'ombra. Intanto ho sempre la mia panca e il mio vestito leggero. Adesso però è inverno e mi ci vorrebbe tanto un cappotto.

Un giorno entro per caso in un buco di sartoria, che sembra la copia di quella di Torremaggiore. Dopo due parole con il sarto scopriamo di venire dallo stesso paese… Ci pensa un po' e poi decide di prendermi come aiuto in bottega. Non mi paga, però mangio in trattoria con lui e di notte posso dormire nella sartoria chiusa, che dalla panca della stazione è già un bel salto. Però non riesco a togliermi dalla testa quelle giacche dalle linee perfette…

Dopo qualche tempo vengo a sapere che c'è la possibilità di entrare come apprendista in una delle più grandi sartorie di Torino. Tutto quello che mi serve è una lettera di presentazione, e ci penserà il mio sarto a prepararla. E quando ti chiederanno cosa sai fare tu rispondi: niente. Sennò non ti prendono. Dovrai andare lì per imparare. Però fa freddo e non posso certo presentarmi senza cappotto… Rovistando tra campioni e avanzi recupera la stoffa necessaria e mi taglia un cappotto. E io me lo cucio.

Con il cappotto nuovo sopra il vestito leggero e la lettera in tasca mi presento alla sartoria. Il principale legge la lettera. Guarda prima me, che sono piuttosto sgualcito, e poi il cappotto, che invece si vede lontano un miglio che è nuovo. Mi chiede chi l'ha fatto. Rispondo che l'ha tagliato il mio principale e l'ho cucito io. Il taglio l'aveva riconosciuto, esamina invece attentamente il mio lavoro. Mi prende. Mi darà mille lire al giorno, e per me il fatto che mi paghino è un sogno. Però per settimane non tocco una giacca, un vestito, un cappotto, niente di niente. Cucio su dei pezzi di stoffa. Devi ricominciare daccapo. Prima impari a cucire, poi inizi a lavorare sui capi veri.

Il tempo passa. A cucire divento bravino ma non so ancora tagliare. E ci sono sempre in giro quelle fotografie… Il suo taglio però no, quello non me lo può insegnare. E' il suo tocco, la sua firma, il segno del suo stile. Però mi manda a scuola, da uno bravo, e pian piano trovo il mio, di taglio, e così posso cominciare a togliermi le prime soddisfazioni…

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