La polvere del mondo

Nicolas Bouvier durante il viaggio

«Ad est d'Erzerum la pista è molto poco frequentata. Grandi distanze separano i villaggi. Per una ragione o per l'altra, può succedere che si fermi la macchina e si passi la notte all'aperto. Al caldo, in una larga giacca di feltro e con un berretto di pelliccia calato sulle orecchie, sentiamo, rannicchiati dietro una delle ruote, l'acqua che comincia a bollire. Appoggiati contro una collina, guardiamo le stelle, i movimenti vaghi della terra che se ne va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi. Il tempo passa tra tè bollenti, qualche frase, sigarette; poi s'alza l'alba, e s'allarga, le quaglie e le pernici si mettono in mezzo…e ci si affretta ad affondare quell'istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, leggerissimo, e la parola "felicità" parrebbe troppo misera e specifica per descrivere ciò che vi succede.
In fin dei conti, ciò che costituisce l'ossatura dell'esistenza, non è né la famiglia, né la carriera, né ciò che gli altri diranno o penseranno sia bene per voi; ma alcuni istanti di questo tipo, innalzati da una levitazione ancora più serena di quella dell'amore, e che la vita ci distribuisce con una parsimonia proporzionale al ritmo del nostro debole cuore.»

da Nicolas Bouvier, La polvere del mondo (trad. dell'originale francese L'usage du monde), ed. Diabasis

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