La falce

Il recente film francese "Il mio amico giardiniere", è incentrato sull'incontro tra due vecchi compagni di scuola. L'uno (Daniel Auteuil) è oggi un pittore affermato, l'altro (Jean Pierre Darroussin) è un ex-ferroviere in pensione con la grande passione del giardinaggio. Queste due figure inscenano la contrapposizione tra città sofisticata e l'autenticità e semplicità della campagna. Non mi interessa qui giudicarne l'esito del film falceo la bontà o meno della tesi proposta. Ma ricordare un episodio. Il giardiniere a un certo punto deve acquistare una falce nuova e insiste perché l'amico l'accompagni, attribuendo grande importanza alla cosa. Giunti in un grande magazzino sceglie una falce, la monta sul manico, e poi chiede al venditore qualcosa sullo 'zig' della falce stessa. Questo cade dalle nuvole, non sa rispondere. Ma come, vende falci e non sa cos'è lo 'zig'? Allora si mette a 'provare' la falce, compiendo il gesto della falciata, in mezzo al supermercato, tra i passanti che lo guardano stupiti. E spiega che lo 'zig' è il fischio che il movimento della lama produce nell'aria, da cui lui riesce a giudicarne la fattura… Il tutto mi ha ricordato che proprio alle falci Enzo Mari aveva tempo fa dedicato addirittura una mostra, giudicandole oggetti bellissimi e riconoscendo loro un'altissima qualità formale, in quanto nati da bisogni primari e in cui la forma si è andata raffinando e diversificando nel tempo sulla base delle esigenze del lavoro, senza che vi si sovrapponesse alcun intento simbolico.

Una mostra di falci? Si. Perché sono bellissime. (…) È evidente che non uso la parola bellissima in senso edonistico, ma perché penso che la falce sia un modello di quello che il design dovrebbe essere.

Enzo Mari, giugno 1989

Un maestro in meno

Lo scorso 31 dicembre è morto Ettore Sottsass. Avevea novant'anni. Era uno degli ultimi maestri, uno dei pochi rimasti. Le definizioni lo vogliono ora architetto, ora designer, ora artista. Per me era soprattutto una persona con pensieri e idee interessanti sul vivere, sul fare, e poi certo anche sull'architettura, sugli oggetti e sul loro prsottsassogetto, che era il suo lavoro. In una delle tante interviste di sé ha detto: "non ho fatto niente per avere successo, perché faccio e ho fatto delle cose quasi sempre senza sapere quello che realizzavo. Sono sempre stato molto curioso, ho viaggiato molto, ho letto molti libri e ho avuto la fortuna di parlare con persone molto intense come Hemingway e Ginsberg". L'avevo visto, piu' che realmente incontrato, alcune volte, sempre a Milano. Alla presentazione di un suo libro, all'inaugurazione di uno showroom che ospitava, tra gli altri, alcuni prodotti disegnati dal suo studio, ad una cena di rappresentanza nel ristorante che preferiva. In quell'occasione ricordo che se ne ando' presto, salutando la compagnia subito dopo il dessert, una coppa di frutti di bosco. Quando tenevo dei seminari sulle tecniche di illuminazione mi piaceva a un certo punto fermarmi per leggere un suo breve testo che mi aveva molto colpito, in cui spiegava la l'idea che l'aveva guidato nell'allestimento di una mostra di gioielli, che si è tenuta a Milano qualche anno fa. Ogni volta quelle poche righe non mancavano di inchiodare le persone alla sedia e valevano da sole come tutto il seminario.

Incontri

Como, a piedi per il centro. A una svolta mi appare una bici con le ruote sottili, da corsa. Appoggiata a un muro, slegata? E' una Wilier Triestina di quelle giuste. Anni '80, tubi Columbus, congiunzioni, livrea rosso rame, gruppo Super Record, manettini personalizzati Wilier. Fin qui tutto bene. Poi gli innesti: verso i primi '90 il proprietario sostituisce i cerchi da tubolare con dei Fir per copertoncini, rinnova i freni montando i mitici Delta, oggi molto chic ma ai loro tempi un vero azzardo. Sostituisce le gabbiette con gli sganci rapidi Look. Praticità. In seguito deve aver abbandonato le ambizioni corsaiole. Il manubrio da corsa ha lasciato infatti il posto a uno da passeggio altissimo, quasi da cruiser, e la sella dalla linea filante ad una enorme ed imbottita. Non dev'essere lontano se l'ha lasciata slegata. Infatti sorseggia un caffé al tavolino del bar all'angolo, a non piu' di tre metri dalla Wilier. Ha passato la sessantina, mi conferma che la bici ha ormai vent'anni, era da corsa, e ora l'ha "mascherata da turismo". Mi saluta con la mano e se ne va. Pedala lentamente su una delle strisce di pietra che attraversano in diagonale la piazza, disegnate a suo tempo per le ruote delle carrozze. In lontananza i raggi scompaiono e i sottili cerchi di alluminio sembrano di luce.

Argegno, lungolago, domenica mattina. Il sole è alto, il cielo è azzurro e l'aria sembra pulita. Ma tutto il carbonio che non respiri sotto forma di monossido te lo trovi davanti sotto forma di telai, ruote, e accessori per le bici appoggiate tutt'intorno. I bar del lungolago sono meta classica per la sosta dei cicloamatori domenicali. E anche chi non si concede un caffé, in genere qui mette piede a terra. Argegno è snodo cruciale. Di qui passa chi risale il lago da Como lungo l'irrequieta Statale Regina, qui svolta chi va in cerca delle pendenze della Val D'intelvi. C'è spazio per sostare e la vista è piacevole. Mi fermo, scendo e appoggio la bici alla balaustra che dà sul lago. Arriva un gruppetto di tre. I freni stridono. Scendono di sella per sgranchirsi. Uno attacca discorso. Le biciclette, i materiali, i telai. Ognuno ha la sua ricetta. Lui pedala su un telaio d'acciaio nuovo ma fatto ancora con le congiunzioni, in controtendenza. E' addirittura convinto che sia piu' robusto, che le congiunzioni siano in qualche modo piu' "sicure". Poi vede la sella. A qualunque ciclista dai sessanta in su la visione di una sella di cuoio strappa un sorriso, evoca ricordi di gioventu' e imprese dimenticate o magari solo sognate. Ad alcuni appare Coppi ciconfuso di luce sullo Stelvio, ai casi piu' gravi Alfonsina Strada in guépiere e reggicalze oppure le gemelle Kessler in versione pistard su un tandem col telaio ricoperto di strass. Ma come? Ma le fanno ancora? Ce l'avevo anch'io, e poi la devono toccare, cercano il tenditore sotto la punta, e il grasso, ognuno ne usava un tipo diverso, e il manico di scopa per ammorbidirla, e quando pioveva… Chi vuol far l'intenditore poi solleva immancabilmente uno dei lembi a saggiare la morbidezza che il cuoio raggiunge solo dopo l'uso e il paziente ingrassaggio.

Como, piazza Duomo. Un negozio d'abbigliamento con tre grandi vetrine. Supertrendychich. Look finto trasandato ma firmato a prezzi stratosferici. Appoggiata al muro vicino all'ingresso una De Rosa Giro D'Italia color rosso vino, telaio grande, un 60 o giu' di li', improbabile forcella coi foderi oversize, montata Dura-Ace anni '90. Da qualche mese uso lo stesso telaio, di almeno quindici anni, per pedalare su strada. Mentre la osservo arriva il proprietario. Esce dal negozio supertrendychich, fresco di acquisti. Sui vent'anni, jeans calati ben sotto le mutande portate "a vista". Mi becca a sbirciargli la bici e gli spiego che ho un telaio praticamente uguale. "Ah…ma dello stesso anno?" mi chiede scettico. Non lo so se è dello stesso anno. Ma cambia poco, cambierà la serie delle tubazioni, insomma il periodo è quello. Forse che per i telai ci sono le annate come per il vino?

Lugano, una bella giornata di dicembre, col sole che si specchia sul lago e l'aria limpida. Qualcuno si siede addirittura ai tavolini fuori dal bar. Legato a un palo splende il telaio di alluminio di una vecchia Alan da ciclocross, di almeno vent'anni, coi tubi tondi e le congiunzioni filettate e incollate. Senza decals né scritte, gruppo Super Record e manettini del cambio fissati al telaio un po' piu' in basso del solito (i supporti sul telaio non ci sono, nel cross si usavano i manettini in fondo ai corni del manubrio), gomme da città, attacco bello alto e manubrio sportivo. Un paio di strisce riflettenti, di quelle che si mettono alle caviglie, fissate attorno al tubo dello sterzo e sopra il ponticello posteriore, e il tocco finale di un coprisella in lycra viola. Mentre la osservo arriva a passo di carica dal vicino supermercato la proprietaria. Non è proprio una ragazzina, da sotto il cappello le scappano i riccioli grigi. Ha un allegro piumino multicolore. E' allegra anche lei, scherza: bella bici, eh? Le dico di si, che è bella davvero. Mai succcesso che le dicessero che telaio era, ecc… Pensava ormai di saperlo solo lei. Poi le faccio vedere il marchio stampigliato sulla forcella, insomma, volendo si puo' riconoscere. Di solito le dicono che la bici è vecchia, che ormai fa ridere, "ma perché non la cambia?" Ma funziona bene, a lei piace e in fondo ne è anche un po' orgogliosa della sua bici 'strana', la slega, ci salutiamo e parte in piedi sui pedali.