Sport minori…

Rugby

Da poco tempo si è concluso il Sei Nazioni, prestigioso torneo di rugby europeo, a cui l'Italia è stata ammessa dieci anni fa. Prima infatti il torneo si chiamava Cinque Nazioni e vi partecipavano Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia.

L'Italia è chiaramente inferiore sul piano tecnico a questi mostri sacri, che incarnano la storia del rugby. Ogni tanto riesce anche a vincere, ma di solito prende grandi batoste. Su dieci partecipazioni, ben sette volte è arrivata all'ultimo posto, meritandosi il cucchiaio di legno, l'odiato  trofeo che spetta appunto agli ultimi arrivati. E la cosa si è ripetuta anche quest'anno.

Negli ultimi anni il rugby in Italia è stato oggetto di una campagna promozionale e televisiva. Del rugby si sottolineano spesso – a volte in modo forse un po' retorico – lo spirito nobile, l'etica cristallina, i valori tradizionali: lealtà, correttezza, autodisciplina, coraggio, amicizia, generosità, sacrificio, altruismo, rispetto dei compagni, dell'avversario e delle regole… e poi il terzo tempo, il momento di aggregazione nel corso del quale vincitori, vinti e arbitri si ritrovano affratellati da un boccale di birra…eccetera eccetera…

E allora anch'io ogni volta che danno una partita mi armo dei migliori propositi, mi sistemo sul divano e mi accingo dunque ad assistere al match. Ma nonostante l'impegno non riesco mai ad arrivare alla fine. Perché mi annoio. Non ce la faccio proprio. Forse perché non lo capisco a sufficienza. O addirittura per niente. E prima o poi mi sa che finiro' inevitabilmente per rinunciare. 

Invece potrei guardare o leggere qualunque cosa, partita, film di serie B, cartone animato, libro, rivista, ecc… che abbia per tema il baseball. Che è uno sport che pressoché chiunque in Italia – e forse in Europa – giudica incomprensibile, complicato, lento e noioso. Ma questa è un'altra storia.
O forse è la stessa, ed è solo una questione di gusti…

Dopo i 140, ecco i 200 di Cassinacosta

Duecento chilometruzzi inanellati in tante province che non te le ricordi piu'. La randonnee di Cascina Costa, accampata ai confini di quello che fu un grande hub europeo, archeo-geo-politica formigoniana, che le scolaresche andranno a visitare nel duemilasedici.

Vabbè, con questi pensieri per la mente, alle ottequarantacinque, un paio di cento pelosi randonneur (il granfondista è depilato dalla testa ai piedi, ascelle e pube compresi, me lo hanno detto le loro fidanzate. Il randonneur è irsuto come uno spinone. Pensa che ad alcuni sono cresciuti i peli anche sul telaio) partono allegri e spigliati. Giro della Malpensa e del suo filo spinato, discesa su Turbigo, poi verso ovest, laghi, laghetti, rubinetti, colossi di bronzo, centri commerciali e rotonde, rotonde, e ancora rotonde.

Poi ai primi chilometri Paolo armeggia al computerino, che cambia lingua ad ogni confine di provincia, Franco buca e i treni buoni ci passano sotto il naso. Il gruppone della Coop è pronto ad accoglierci, ma vanno un po’ piano. Così recuperiamo un bel numero di posizioni, aggrappiamo i convogli giusti e la media riprende quota.

A caso ricordo: un pezzo in pavè lungo il Naviglio, prima dell’attraversamento per Oleggio, che fa esplodere il gruppetto. Ma noi ci abbiamo la tennica e le bici di acciaio (o titanio, che c’entra). Il polso ruota morbido verso il basso, la gamba tesa ammette solo un leggero sfioramento del soprasella e Pegaso prende il volo con il ghigno di Musseuw.

Un paio di salite, non difficili, ma sono le prime della stagione e portiamo rispetto. Bei discesoni autostradali, con la temperatura che migliora, anzi è veramente la temperatura ideale: fresca che non sudi troppo, ma non gelata che ti si rattrappiscono mani, piedi e guance.

I ristori sono essenziali, peró la coda alla timbratura è gradita, gli sguardi si incrociano, commentano il mezzo, il percorso, le provenienze geografiche. Insomma, ci si sente tra compagni.

Scelta zen: il computerino di bordo fisso sulla funzione orologio, chissenefrega di km percorsi o da percorrere, dislivelli, medie e altre tecnicalità. Intanto i miei compagni tenevano aggiornata la contabilita' in tempo reale. Meglio viaggiare a sensazioni e scoprire che l'arrivo è vicino dal numero dei jumbo che ti atterrano sulla schiena curva.

Prima delle colline novaresi, Fara e Momo, ci sono i lunghi interminabili rettilinei tra le risaie della bassa, livellate da un vento costante ed subdolo: appena scendi dalla bici lui smette, appena sali soffia. E soffia solo sul ciclista, perchè le fronde sono ferme e le bandiere pendono meste. Boh, Fabiofazio un giorno ce lo spiegherai.

Alla fine i tre amici non si sottraggono alle responsabilità che età, cultura e censo attribuiscono loro: la media non scende sotto i trentaduetre e altri sornioni succhiaruote, trascinati dall’esempio, si mettono avanti a prendere un po’ d’aria.

Proviamo anche ad organizzare i cambi regolari su due file, ma questo è troppo ambizioso per il randonneur che pensa poco e pedala tanto. Pazienza. Ci rifaremo a Brugge. Lì già sul passeggino ti insegnano a limare, aprire ventagli e dare i cambi.

Gli ultimi trenta chilometri registrano un progressivo assottigliamento del gruppetto, la distanza fa selezione, come l’asfalto dell’alzaia e lo strappo di Golasecca. E la gola è veramente secca, ma i tre pards non trovano il saloon dove sciacquare via dalle gengive la polvere di una lunga cavalcata, nè la bistecca alta un palmo, ne la montagna di patatine. E neanche l’immancabile scugnizzo che prende i cavalli di acciaio (o titanio, che c’entra) e li cura con tanta biada e paglia fresca.

Una specie di volata/allungo chiude la randonnata. Almeno il muro delle ott’ore è salvo, il timbro ferma il tempo e lo spazio. La pasta è servita.

Ma sulla domenica dell’animale a due ruote non scende il sipario, anzi! Doccia (sarà anche banale, ma comegodo) e cambio di mezzo. Poi alle 9 si ri-attraversa la città. Al PIM sta per cominciare una imperdibile lotta di pathosformel con lo schermo, con due corpi che tentano invano di liberarsi dalla prigione bidimensionale del tendone bianco.

E ti domando: quanti randonneurs all'ora di cena avranno ripreso la bici per la serata? Ed è un vero peccato, perchè così sciogli la gamba e riprendi confidenza con la sella…

Buona notte, silenzio, spegni la luce, raggomitolati sotto le coperte, abbraccia il cuscino o degni sostituti, sshh….

Ps: km 205, media 27,2, disl 1700.

di Annibale Osti alias Invel

La Lomellina sguazza nelle Fiandre…

Paesaggio

Regione Aliana inter Padum Ticinumque amnes (nunc Lomellina) est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae (Plino Ceaesarque) o, detto alla nostra maniera, la Lomellina sguazza nelle Fiandre…

Alle otto di mattina su Nerviano incombe una cappa plumbea, mentre a Milano già piove. Con le buone e un po’ con le cattive convinco il mio fiducioso compagno di avventura a non mollare, dài almeno andiamo a vedere…

E i randonneurs di Nerviano non deludono neanche questa volta. Anche se decimati dal meteo, gli amanti delle classiche del nord sono pronti e allegri, scalpitano (e fanno la coda al cesso dell’oratorio). Non mancano le belle cicliste. Espletiamo le formalità, dirigiamo le ruote verso ovest, evvàìì (il cronista in fissa come l’anno passato).

Troviamo le ottime ruote del gruppo Cicli Romeo e scivoliamo via tranquilli a 32 / 34 all’ora, con l’acqua che arriva da tutte le parti (da sopra, da sotto – la ruota di quello davanti – da dietro – la mia ruota posteriore dai lati – le poche macchine).

A poco a poco la pioggia diminuisce e dalle parti di Oleggio addirittura smette. Strette strade di campagna in mezzo ai campi, con un po’ di fango e tanta pianura coltivata intorno, dalla quale ogni tanto emerge la sorpresa: castelli cascine aironi.

Avevo le tasche ben stivate di panini (bocconcini di granoduro, velo di burro, prosiutto cotto e fogliola d’insalata) ma con le mani fredde e i guanti zuppi non riuscivo a tirarli fuori: è vero e confermo, con il freddo e la pioggia tutto diventa più complicato. Ci supera un gruppo da 38/40. teniamo le ruote per 50 km poi li lasciamo al loro destino. Alcuni li troveremo più in là, altri all’arrivo.

Strade strette, asfalto corrusco, muro di vento contrario: gli alberi erano fermi, ma per noi sembrava lo tsunami. L’andatura crolla sotto i 30 e i cambi si fanno penosi: allarghi per far passare quello dietro, chi si sistema il guanto, chi la mantellina, chi la nasca. Ma di gente che voglia tirare, neanche l’ombra.
In compenso la campagna intontita, le stoppie a perdita d’occhio, i grigi che sfumano e confondono, la pioggia che si spalma e ti incolla sul paesaggio, che diventa un tutt’uno. Come dire… ci sguazzo che è un piasèr!

Il primo spartano ristoro e’ dopo 107 km, un pallino sulla cartageografica che vuole esser chiamato Celpenchio. Problema suo. intanto il commento collettivo era: Fiandre / Roubaix, ci siamo!

Ma eravamo solo a meta’. Da qui la pioggia e’ stata intermittente, ma ci pensava la strada a sollevare acqua e fanghiglia. Momenti critici in mezzo alle risaie secche della Lomellina battute da un venticello fastidioso (ma a me sembrava bora) e poi la discesa verso Bereguardo.

Passato il Ponte di Barche ti senti a casa e nonostante tutto, la gamba riprende a girare, tanto che il fixato si fa carico di parecchio lavoro davanti, ma almeno sui trenta cerchiamo di andare, eccheccà…

Dietro/davanti/di lato il mio pard fa i conti: “con la fixa hai fatto 33.000 giri di pedale”. O erano 330.000? boh, non seguivo tutti i passaggi algebrici. In ogni caso Nerviano ci viene incontro, il gruppetto si sbriciola, rimaniamo in tre e i cambi sono regolari, niente volata, nel più puro randonstyle (e alla faccia dei granfondisti depilati e degli yoyo lucidati)

Alla fine la soddisfazione e’ grande, e il piatto di pasta in oratorio e’ degno di Tajoli (forse no ma così ci sembrava).

Per i fissati del lato tennico, che hanno letto infinoequì, si sappia che i km totali sono 207, percorsi in 7 h 00 min 46 sec, media 29virgolauno, col rapporto 48×16 (7h15 di tempo totale comprese le soste).

Prossima, su Torino?

di Annibale Osti alias Invel