Il fiandre, o dell’assoluto ciclistico

La marcia di avvicinamento – due randonnée da centocinquanta e due da duecento – porta diritta dritta al Koppenberg.  Lo scegliamo perchè è uno sghiribizzo, una pennellata.   Non decide la corsa (salvo spaccare la catena come Cancellara) ma è un oggetto d’arte, un gadget inutile e affascinante.

La domenica delle palme (che nelle fiandre dispensa rametti di bosso) inizia di buon ora, al markt: musiche assortite dal palco e bicchierone di blonde in pugno. Passano i corridori e i più noti rispondono alla domanda di rito. La passerella finisce con Tommeke nazionale. Idolo biondo e fotogenico, status di favorito d’obbligo, che non vuol dire che vincerà. Semplicemente, che emana l’aura del favorito. Il profumo (come il pane appena sfornato) è un’ altra cosa dalla sostanza (che diciamocelo, è un po’ banale e volgare).

Un giro della piazza in pavè e via verso le piatte ardenne fiamminghe. Allora si corre alla stazione, destinazione Oudenaarde, al centro di una intricata matassa di stradelli di campagna che raggiungiamo in rapide emozionatissime pedalate. Ricordate quei visori di diapositive degli anni sessanta, che cliccavi e scorreva l’immagine? Così a scatti di scene successive scorre la corsa e il pubblico clicca da un muro all’altro.

L’attesa è la socialità e l’abbraccio del popolo sulle due ruote. Ancora meglio se l’abbraccio è con le deliziose signore Pozzato e Tosatto: amiche venete eleganti e coinvolte, non disdegnano la fetta di salame e il parmigiano offerto dal tifoso dotato di provviste per un assedio (e le ardenne di assedi ne hanno visti tanti!).  

Ma il peloton fila a cinquanta di media, è in anticipo di mezz’ora sulla cronotabella e non c’è tempo di finire le provviste. Ecco gli eroi che si inerpicano – al rallentatore, ubriachi ciondolanti zigzaganti ansimanti sbuffanti sbavanti vitrei digrignanti – sul pavè. 

Chi può sfrutta la canalina laterale, ma ci sono comunque sterpi e spine. Poi il gruppo si ingrossa e verso la coda il piede a terra è inevitabile. Il rito si chiude con il mesto dietrofront di Cancellara, catena spaccata al collo e freno tirato sulla rampetta al ventidue. Poi, per vedere l’arrivo, cosa di meglio che il maxischermo del Centrum Ronde Van Vlaanderen?

Se questa è una domenica, cosa mai potrà essere un sabato?  Un corteo di quasi ventimila fedeli, che partono alle sette da quattro diverse stazioni, a seconda della gamba e della incoscienza, ma tutti ugualmente protagonisti del trip, che è nel DNA di questo territorio. 

Il lungo avvicinamento ai kasseien lo giochiamo alla massima concentrazione: limare e rilanciare – mai sotto i trentacinque – sulle piste ciclabili. Sembra una assurdità, ma se il destino è un nastro di pavè, tanto vale addentarlo subito e trasformare la placida (noiosa) ciclabile in una giostra, dove ogni rotonda diventa una scommessa e ogni distrazione ti ributta nel girone dei dannati. E il drappello di schiene inarcate che si rimpicciolisce inesorabilmente.

Così arrivano il pavè, la gamba dolente, il brivido del crampo in agguato. Ci si interroga silenziosamente su come andrà a finire, senza ammettere che sì, l’abbiamo presa troppo baldanzosa e ora so’ cazzi. Santagraziella proteggici tu! il miracolo è l’abisso. Il pavè sconnesso ti frulla ti scuote ti scioglie ti anestetizza e il crampo scompare. Questa è la pura verità. Ovvio, è anche una questione di testa, di pancia (come il piatto di minestra calda sugato ad un ignoto carrefour) ci sono i muri, il conto alla rovescia, l’arrivo che arriva, il tifo sul Muur. Ma credetemi, il pavè è una terapia anti-crampo.

Scollinato il Bosberg, la strada ci viene incontro scorrevole e veloce. Ci prendiamo persino la libertà di spingere la lancetta del contachilometri di nuovo alle medie della partenza. Planiamo su Ninove ai trentaduetrentacinque senza drammi nè segni di stanchezza.

040409: partiti in cinque alle setteventi, arrivati alle seiequaranta, duecentoquarantanove chilometri, ventiseivirgoladue di media effettiva, piedaterra sul Koppenberg (sob).

di Annibale Osti alias Invel

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