Coppi e Bartali

(recensione di “Coppi e Bartali” di Curzio Malaparte. Adelphi 2009)

il passaggio della borraccia

Coppibartali, non in ordine alfabetico. Semplicemente perchè suona così e tutti lo pronunciamo così. Un binomio che unisce, perchè al difuori di coppibartali non c’è nulla. Un binomio che divide, perchè l’italia si è effettivamente definita in questa alternativa, guelfi e ghibellini, rossi e neri… Ora facciamo fatica a capire come sentissimo il bisogno di identificarci in una scelta di campo: di qua / di là. Ma in passato era naturale e Curzio Malaparte nel 1949 ne scrive su una rivista di sport francese.

Anni fa, parlando con un anziano signore, che sapeva della mia passione esclusiva, guardandomi con aria maliziosa, confessa quasi sottovoce: “io ero coppiano”. Non capivo perchè la scelta di tifare un ciclista o un altro, fosse da comunicare con quella aria di complicità e mistero. Poi l’ho capito: coppiano vuol dire trasgressivo, di quella trasgressività che oggi fa sorridere, ma che allora ti portava in galera. E Malaparte ci propone trenta piccole pagine di un ritratto a due facce, dei due volti di un unico ritratto, inciso con la puntasecca nel corpo dell’Italia che ricostruisce, sgobba, ma non si vergogna di guardarsi allo specchio e raccontarsi.

Il tifo sportivo non lo scegli. è il campione che ti sceglie: un luogo (tu sul bordo della strada, nello stadio, davanti alla televisione), una storia familiare, un incontro. Incroci uno sguardo, un gesto, una chiamata. 
E il gioco è fatto.

“All’improvviso, passandomi accanto, Gerbi allungò una mano, afferrò la bella paglietta italiana che avevo in testa e con un gesto fiero se la calcò sulla fronte madida di sudore. Quello fu il mio primo contributo personale al progresso del ciclismo”.

Malaparte sarebbe potuto tranquillamente essere…. shhh, che non si sappia in giro…“coppiano”. Ma era di Prato, vicino di casa di Bartali. Quindi bartaliano. Fatta la scelta di campo, la percorriamo a ritroso trovando (o inventando) quelle circostanze che la rendano una scelta consapevole. Ma sono tutte balle: è il campione che ci sceglie e saremmo più onesti se ne chiedessimo a lui le ragioni.

Ma il buon Curzio scrive articoli per campare e già che c’è, ci racconta anche le sue belle storie e come le racconta bene!

Il racconto parte deciso, come direbbe quel giornalista sportivo: “pronti via. prima pagina a quasi cinquanta di media, senza neanche il vento a favore”. La bici è un opera d’arte, uscita dal genio di Leonardo (vero) Michelangelo e Raffaello (buumm!). La bici è donna (un pò magra per ginettaccio, ma non conosceva le tubazioni oversize), sveglia e intelligente. Così intelligente che si ribella anche al suo cavaliere. Talvolta.

La bicicletta è movimento, indiscreto e sfacciato: “senza un briciolo di pudore, viola tutti i misteri del paesaggio, dell’orizzonte, della natura”. La bicicletta è modernità come “i grammofoni a tromba, ai sifoni per l’acqua di seltz, le bottiglie di gazosa, con una sfera di vetro per tappo, le automobili, abitate da strani esseri…”.

Guardiamo la mitica foto di copertina, anche noi ci misuramo con l’annoso dilemma: “chi dava la borraccia a chi?”…. Se abbiamo letto fin qui Malaparte la risposta è ovvia: il pio Bartali, contadino, figlio di mezzadri previdenti (con due borracce ben chiuse sulla bici) allunga una terza borraccia al Coppi luciferino, la bocca dilatata nello sforzo, la borraccia vuota nell’altra mano, la richiesta, anzi la pretesa di aiuto.

Perchè l’artista non deve giustificare niente e nessuno, danza, crea, spreca.
Saranno gli altri a tenerlo in vita, per lo spettacolo e per potersi sentire migliori, previdenti, risparmiosi…

di Annibale Osti alias Invèl

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