Abbattiamo tutti i muri

muro

Il mondo è pieno di muri: c’era (o c’è ancora) il muro di Berlino, il muro di Gaza, il muro tra Messico e Usa, il muro tra le Coree Nord e Sud, il muro tra Cipro e il territorio turco, il muro dall’area portuale di Hoek van Holland, il muro a Belfast nell’Irlanda del Nord, il muro di Solana in Spagna, il muro tra India e Pakistan, il muro che separa la Città del vaticano dai Romani. E chissà quanti ancora. Poi i muri domestici che separano le nostre vite, il muro del suono…

E c’è il Muro di Sormano. Un nastro di asfalto, srotolato da tre anni, disegnato con il righello tra due punti, ignorando le curve altimetriche della colma, sprezzante della natura e delle morbide rotondità delle nostre sapienti mulattiere. Era un tratturo di montagna, che Vincenzo Torriani ha scoperto, sistemato e servito nel Giro di Lombardia del 1960. Il muro è stato eliminato nel ’62, demolito da spinte, mugugni e frizioni di ammiraglia bruciate.

Il randonneur vi giunge da Nerviano, ha spianato il Ghisallo con la gamba calda di cento chilometri, prende fiato al Santuario, si butta in picchiata su Canzo, gira a destra (nel nostro caso compra due arance dalla bancarella alla base della salita) e punta sicuro su Sormano. Passato il paese, altri due tornanti, che tutti gli anni ti domandi se hai sbagliato strada, ed ecco sulla sinistra discesina e fontana. Qui si timbra. Una simpatica coppia, sembrano lì per caso, espleta le ultime formalità. Siamo soli e si respira l’aria sospesa delle grandi occasioni. La coppia del controllo sembra lì più per sostenere, forse compatire, certo non giudicare. Il ciclista evita le battute fuori luogo, non riesce a non alzare lo sguardo oltre le nuvole, sospira ed accenna a mezzi sorrisi, occhiatine di circostanza.

L’esperienza insegna a partire piano, non forzare per non andare in crisi dopo pochi metri. La soglia è l’equilibrio. Quindi si sale a 5/6 km all’ora con il trentaquattroventisette. Timidi fuorisella per allentare la tensione sulla schiena e schiacciare la ruota che si solleva: come il cavallo davanti all’ostacolo, gira la testa, nitrisce, sbuffa  e rifiuta. Quindi tira le briglie, stringi pollice ed indice a tenaglia sulle leve dei freni, spingi deciso e vai che si prosegue. Al termine di un interminabile drittone la strada piega a destra, una grata taglia l’asfalto. Lì la voglia di fermare, posare il piede e riprendere fiato è irresistibile. Ma non sia mai che l’amico ti riprenda, lo hai imbarcato in questa avventura e ora non puoi mollare proprio lì. Certamente, dopo pochi metri, la pendenza del 15% risulta un riposo rispetto alle rampe al 22% e oltre. Ormai vedi la sbarra: è la zattera, il relitto a cui il naufrago si aggrappa, la bocca dilatata alla ricerca di ossigeno. L’occhio appannato punta al ristoro (è il rifugio della colma, affollato di motociclisti e famigliole, ignare del dramma che si consuma ai loro piedi) che è lì dietro. Il peggio è passato. Ora è discesa fino a Nerviano.

La mattinata era cominciata con calma, dopo le otto, quando invece gran parte dei cento randagi (perchè poi cosi pochi?) era già per strada. Ci aggreghiamo agli amici drop, che – con qualche interruzione – ci guideranno fino a casa.  I primi chilometri volano alle spalle di un drappello di Castellanza, poi conveniamo che l’andatura è troppo tanta e ritorniamo a cavallo dei trenta. Ho una buona scorta di panini: si sa che una alimentazione regolare è il segreto di una felice randagiata. Bevo con disciplina, anche se a Valmadrera perdo la borraccia di riserva. Il Ghisallo ci accoglie con il suo volto più severo, poi si addolcisce di verdi panorami manzoniani.  

Una zoomata mozzafiato sul lago smeraldo, lo struscio comasco prima di addentare il San Fermo con passo cunegondo, ci separano dal lungo avvicinamento a Nerviano, appena increspato dal piccolo Stelvio, che si inerpica tra le tracce di una grande civiltà industriale cresciuta con l’acqua dell’Olona.

Ora è avvolta dall’edera. Speriamo che la nasconda alle mire del prossimo centro commerciale in atterraggio sulla brianza felix. Pasta in oratorio e gran gòdüda.

Si parla di domenica 20 settembre 2009: km 199,58 percorsi alla media di 24,1 con 2250 mt di dislivello.

di Annibale Osti alias Invèl

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