Un uomo solo (al comando)

Capirete che questo omarino che sfida il sole dei Pirenei, sai cosa gliene importa di Ulrich. Capirete che l'uomo-biglia, il bonsai, ha radici profondissime nella terra del ciclismo, che è poi la terra degli uomini, dei contadini, dei nomadi e dei poeti, forse anche dei pirati. In certi bar di provincia c'è sempre una fisarmonica o una chitarra sull'ultimo tavolo in fondo. Arriva da fuori uno e si mette a suonare. Come fa Pantani con le salite vere. Spettacolo vero, ciclismo vero, e poi non dovremmo innamorarcene? In coda c'è posto, grazie.

Gianni Mura

 

Quando seguivo con entusiasmo il ciclismo, da bambino, erano gli anni di Moser, Saronni, Hinault… A me piaceva soprattutto Saronni, che ammiravo nelle tappe del Giro: la maglia gialla e blu della Del Tongo, la Colnago rosso vino, l'aria furba e il guizzo veloce…

Poi il ciclismo ho preso a seguirlo un po' meno. Mi ricordo il Giro che ha lanciato Bugno nel '90, e il Tour dello stesso anno, in cui l'anatroccolo Chiappucci, grazie a una fuga bidone, stava per trasformarsi in cigno.

Poi nel '94 arriva uno che fa letteralmente saltare il banco. Uno che in salita va su come nessun altro, anzi sembra proprio suonare un altro spartito. Al Giro di quell'anno vince due tappe, a Merano e all'Aprica, con due imprese consecutive in montagna. E a ritrovarselo in squadra è proprio quel Chiappucci che si era da pochi anni conquistato i galloni da capitano.

 

 

Uno che quando scatta non parte in sordina, di nascosto, ma dalla testa del gruppetto, in modo quasi teatrale, gettando via il cappellino, la bandana o addrittura l'orecchino. Uno scalatore puro, dall'aspetto gracile, fragile, ma che scatta con violenza, a ripetizione, le mani sui corni bassi del manubrio, strappandosi di ruota ad uno ad uno gli avversari che non riescono a reggerne il passo asfissiante.

Uno con il gusto per l'impresa spettacolare, la cavalcata solitaria in montagna che evoca il ciclismo d'altri tempi, cosi' come per la battuta ad effetto che sorprende e fa la gioia del giornalista di turno. Uno che emoziona gli appassionati, conquista le folle che lo incitano lungo i tornanti, si guadagna i titoli sui giornali, scomoda paragoni illustri e dà un vero e proprio scossone al mondo del ciclismo.

Uno cosi' non ti arriva dalle montagne ma dal mare, da Cesenatico, dalla Romagna, un posto che in tanti conosciamo per esserci andati in vacanza. Prima di Pantani, Cesenatico per me era l'infanzia, il mare, il porto-canale di Leonardo, il mercato del pesce, la piadina…


 

La storia sportiva di Pantani è nota. Dopo i successi al Giro del '94, si ripete al Tour de France dell'anno successivo vincendo la tappa leggendaria dell'Alpe d'Huez con il record di scalata e quella pirenaica di Guzet Neige.

La consacrazione avviene nel 1998, quando vince nello stesso anno Giro e Tour, impresa sino ad allora riuscita solo a pochi: Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche e Indurain.

La favola si interrompe nel maggio 1999, quando viene allontanato dal Giro perché il suo ematocrito supera il limite fissato dall'UCI per la tutela della salute dei corridori. Siamo a Madonna di Campiglio, mancano due tappe alla fine del Giro d'Italia, Pantani è in maglia rosa.

Questi controlli preventivi erano routine. Al limite della presa in giro: i corridori spesso ne erano informati, si controllavano da soli, e sapevano come correggere un parametro che dovesse inaspettatamente risultare fuori norma, in modo da presentarsi in regola al controllo ufficiale.

Pantani invece no. Ci incappa in pieno. E sembra a tutti improbabile che il leader della classifica generale commetta una simile leggerezza. Ma il tutto avviene del resto in circostanze poco chiare. I tempi, modi, le varie versioni fornite dai protagonisti contribuiscono a intorbidire le circostanze dell'episodio.

Tecnicamente, Pantani non risulta positivo al doping. Ma il suo valore di ematocrito supera il limite consentito, il che comporterebbe una semplice sospensione cautelativa dell'attività sportiva di 15 giorni.

Pantani potrebbe quindi riprendere a correre già a luglio, al Tour de France. Ma l'episodio butta all'aria un Giro già vinto. E la delusione, la sensazione dell'ingiustizia, di essere stato "fatto fuori" è tale che Pantani decide di non partecipare al Tour. Anzi, per quell'anno, smette di correre.

Da subito dichiara: «sono caduto e mi sono rialzato tante volte, ma questa volta non so se ce la faro'». Dopo quel giorno tragico di Madonna di Campiglio Pantani tornerà in sella a una bicicletta, a correre, tornerà anche a vincere, ma non sarà evidentemente piu'lo stesso. Né come atleta né come uomo.

Nemmeno cinque anni dopo quell'episodio, il giorno di San Valentino del 2004, Marco Pantani muore in una stanza di un anonimo residence di Rimini, in circostanze ancora una volta poco chiare, archiviate – secondo alcuni un po' troppo frettolosamente – come decesso accidentale per overdose da cocaina.

Aveva 34 anni. La sua morte assurda conclude il rapido declino in cui era silenziosamente scivolata la sua vita. Dalla luce dei riflettori a un buco nero di solitudine, depressione, amicizie sbagliate, con la droga come conforto e rifugio.

Cosi' come nel '98 fu facile per molti bollarlo come dopato, dopo morto c'è chi lo liquida in fretta come drogato e puttaniere. Non una grande perdita, insomma. Ma per fortuna sono in moltissimi a non dimenticare le emozioni e a continuare ad amarlo.

Qualche mese prima di morire aveva dichiarato: «il ciclismo mi mancherà certo, ma anch'io, ne sono convinto, mancherò al ciclismo». E aveva maledettamente ragione.

Un Commento

  1. utente anonimo

    Maestro sei sempre il migliore
    rs232

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