Fausto

Veniva avanti in un modo incredibile, anche per un profano: senza sforzo, con una leggerezza e una violenza che non gli costavano nulla, quasi precipitasse e il suo unico impegno consistesse nel dominare qualche potenza. Le sue ruote, non comprendiamo come, ci sembravano piu' alte e lievi delle altre, ruote fatate, su cui il contadino di ieri era stato rapito. Mentre il corpo rimaneva immobile, quasi rilassato, il volto patito e duro che tutti conosciamo si moveva in qua e in là, con una pena particolare, sorridendo senza sorridere.

A somiglianza del volto di tutti i corridori, era infiammato e cupo, gli occhi splendevano come di lacrime, un sudore copioso, o acqua che si era versata sul capo, gli grondava dal collo e dalla fronte. Come il becco di un rapace sfinito, il suo naso pungeva l'aria, il bianco della polvere. Era forse sfinito ma volava. Era come se avesse altri 100 corridori, dentro, e appena uno era stanco, ne afferrava un altro, lo inchiodava sul sellino.

Cosi', come un dio stordito dalla sua forza, piombato in un mondo che non ama, continuamente abbagliato da immagini e voci lontane (non si rifrangevano nel metallo della bicicletta? Non giocavano a rimpiattino, coi raggi del sole, in mezzo alle nuvole? Non erano là, appese a un albero di limone?), e inseguito da quelle braccia e quegli occhi delusi, l'idolo degli italiani passo'. Visto di spalla, già lontano, sembrava un bambino che pedala la prima volta: aveva una grazia incerta, un po' triste.

Anna Maria Ortese

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