The fork crown


E’ inutile, fork crown suona decisamente meglio del corrispondente italiano testa forcella. A questo fondamentale elemento del telaio della bicicletta sono dedicate due pagine del catalogo Bridgestone del 1993 riccamente illustrate da George Retseck.

Lo stesso catalogo ospita anche un articolo dedicato all’impareggiabile illustratore francese Daniel Rebour, uno degli ispiratori di cicli su carta. La scansione completa di questo e dei cataloghi Bridgestone del 1982  e dal 1985 al 1994, che contengono numerose altre chicche di questo tipo si trova sul sito di Sheldon Brown.

via cork grips.

Pegoretti Falz

Un recente progetto di Dario Pegoretti mi ha fatto tornare in mente un vecchio post. Dario ha progettato una forcella in carbonio da accoppiare ai suoi telai, un po’ perché non ne trovava sul mercato una che soddisfacesse appieno le sue esigenze – soprattutto in termini di rigidità laterale – e un po’ perché probabilmente non gli dispiace affatto l’idea di realizzare un telaio in cui tutte le parti, inclusa appunto la forcella, siano progettate da lui.

La nuova forcella, che ha gli steli curvi come quelle tradizionali e non diritti come molte delle forcelle in carbonio attualmente in circolazione, si chiama FALZ, che nel dialetto che si parla abitualmente nell’officina di Dario a Caldonazzo significa appunto falce, con evidente rimando alla forma incurvata degli steli. E’ pero’ interessante anche il risvolto simbolico del nome. Se rispolveriamo il catalogo della mostra che Enzo Mari dedica nel 1989 alle falci – in quanto oggetti bellissimi, dalla forma perfetta, essenziale, necessaria, che le rende addirittura un modello di quello che il design dovrebbe essere –  ritroviamo delle singolari analogie :

Ritorniamo alle nostre falci e al perché sono bellissime. La prima ragione della loro bellezza sta nel tipo di bisogno. E’ un bisogno primario, vita o morte. La sopravvivenza del contadino è sempre stata appesa a un filo, anche a quello della falce. La progettazione di questo manufatto doveva necessariamente essere perfetta. (…) la falce deve essere la meno costosa possibile (i contadini sono sempre stati poveri); deve essere efficientissima (molto robusta e molto leggera: il gesto faticoso del mietere si protrae dall’alba al tramonto); l’efficienza deve poter essere mantenuta dal contadino stesso (che frequentemente la riaffila con pietra abrasiva e periodicamente con attenta martellatura). (…) La produzione, per quanto industriale, cioè parcellizzata, mantiene forti componenti di sapienza artigiana. Si parte sempre da una barra che opportunamente scaldata viene progressivamente assottigliata, curvata e formata a colpi di martello. Il lavoro è completamente manuale e la formazione avviene ad occhio, senza l’impiego di stampi e punti di riferimento. La tempra viene completata nelle fasi finali, a freddo, con una fitta serie di colpi di martello che, chi non sa, valuta come motivo ornamentale.

A quando una mostra di forcelle?

Foto della forcella FALZ Dario Pegoretti.
I testi in corsivo sono di Enzo Mari e sono estratti dal catalogo originariamente pubblicato in occasione della mostra “Perché una mostra di falci?” per Bruno Danese in Milano, nel mese di Settembre 1989.  Lo stesso testo è stato di recente riportato integralmente su basilearteco.it.

Cycling is a conversation

In un post apparso qualche tempo fa su Speedbloggen, il blog di Vanilla Bicycles, i distanziali per la serie sterzo sono diventati un simbolo e un pretesto per parlare di temi piu’ ampi,  cioè la corretta messa a punto della propria posizione in bicicletta, o con sintesi inglese bike fitting, in particolare il suo legame con la sicurezza, e piu’ in generale la propria consapevolezza di ciclisti. Il tutto è partito da un evento putroppo tragico e terribile, la morte di un cicloamatore che è caduto sbagliando una curva in discesa in una manifestazione amatoriale. L’autore del post richiama alla necessità di pedalare connected, e si concede a un certo punto un’osservazione che non manca ovviamente di scatenare polemiche nei commenti al post:

I saw a picture of the guy… he looks like he was a lovely fellow. His bars were too high, too many spacers. I’m willing to bet his stem was too short. How you sit on a bike matters. How your bike fits matters. How much weight you have and where your center of gravity is going down a hill matters. It’s life and death. How you sit on a bike matters. How your bike fits matters. How much weight you have and where your center of gravity is going down a hill matters. It’s life and death.

Al di là delle polemiche, in cui non ha senso entrare dato che non conosciamo le circostanze, il luogo, né le persone coinvolte, il tema è sicuramente molto interessante e fa riflettere. Probabilmente nessuno di noi si avventurerebbe in una escursione in alta montagna o intraprenderebbe una navigazione in mare (senza alcun riferimento alla cronaca recente, ndr) privo della necessaria preparazione e senza aver preso adeguatamente in considerazione gli aspetti legati alla sicurezza, incluso quella del proprio equipaggiamento. Invece la familiarità che abbiamo con la bicicletta, oggetto con cui siamo abituati a convivere sin da bambini, oltre che la sua naturale semplicità, puo’ portarci ad essere piu’ superficiali e approssimativi, il che puo’ rivelarsi in alcuni casi pericoloso. In ogni caso non sono i distanziali dello sterzo il punto nodale della questione, come viene chiarito nel post successivo, che riportiamo qui per intero:

No one really cares about spacers, I know I don’t because it doesn’t matter. What does matter is that you think about how your weight is distributed on the bike and that you think about the constant ever changing dynamics between you, the road and where you are on the thing (as well as the surround). The real point is that biking is thinking. Likely that it starts out as a conscious cognitive process until it becomes a kind of body thinking. No matter your fitness level.. think of your position on a bike as an open conversation and an evolution that speaks to function. Find the comfort in the function. How long and low can you sit on a bike and still feel comfortable and neutral. Can you find your center of gravity and use it in different ways on the bike? Can you change your body to make the dialogue with the bike work better?
Cycling can be an endless conversation between the mind, the body, and the road. There is this hysterical reaction I see evoked when you tell someone that their position to too high up front… when instead there’s a possiblity of this wonderful adaptation between the body and the bike. Bikes are about balance, they teach us about balance. Where you put your hands has everything to do with where you find your balance. Play with this…. because there are consequences to being out of balance.  I feel best on a bike when I’m in balance and connected to it. It’s on me to find that. A stem isn’t about your manliness (it’ s just a stem/a part)… but how you sit on a bike can say alot about the nature of the conversation and the context of riding that works best for you. It’s a dynamic. Provoking this conversation about the front of the bike and your body somehow becomes a kind of hysteria. Balance is a conversation.. it’s the conversation. The one thing my bike is always teaching me.. is about balance.

Sempre sul tema del bike fitting, un articolo è apparso di recente anche su embrocation.

foto via flandriacafé