Hemingway al velodromo

Ho cominciato molti racconti sulle corse ciclistiche, ma non ne ho mai scritto uno che sia bello come le corse sia su pista coperta e scoperta che su strada.
Un giorno però ci metterò il Vélodrome d’Hiver con la luce fumosa del pomeriggio e la pista in legno dalle curve rialzate e il fruscio dei tubolari sul legno quando passavano i corridori, lo sforzo e la tattica quando i corridori si arrampicavano e si tuffavano, come se ognuno fosse parte della propria macchina; ci metterò l’incanto del demi-fond, il rumore delle motociclette con i rulli dietro la ruota posteriore pilotate dagli entraîneurs, con la testa protetta da un robusto casco e le spalle piegate all’indietro sotto le pesanti mute di cuoio, per proteggere dalla resistenza dell’aria i corridori che li seguivano, i corridori col loro casco più leggero curvi sul manubrio con le gambe che giravano l’enorme moltiplica e la piccola ruota anteriore a contatto del rullo dietro la macchina che li riparava, e i duelli assolutamente entusiasmanti, il rombo delle motociclette e i corridori gomito a gomito e ruota a ruota su e giù lungo la pista a una velocità spaventosa, finché un uomo non riusciva a tenere il passo e si staccava e il solido muro d’aria dal quale era stato protetto si abbatteva su di lui.
C’erano tante specialità. I velocisti gareggiavano in batterie nelle quali i due corridori trascorrevano lunghi secondi in equilibrio sulle loro macchine per obbligare l’avversario a prendere il comando: poi il lento giro di pista e il tuffo finale nell’ebbrezza della pura velocità.
C’erano i programmi delle corse a squadre di due ore, con una serie di batterie di velocisti per riempire il pomeriggio, la gara solitaria di un uomo che per un’ora si batteva contro il cronometro, le corse bellissime e terribilmente pericolose di cento chilometri nel grande catino di legno di cinquecento metri dello Stade Buffalo, lo stadio all’aperto di Montrouge dove correvano dietro grosse motociclette, Linart, il grande campione belga chiamato per il suo profilo “il Sioux”, che chinava la testa per succhiare cherry brandy da un tubo di gomma collegato a una bottiglia d’acqua calda sotto la maglia quando ne aveva bisogno verso la fine mentre aumentava la sua furiosa velocità, e i campionati di Francia dietro motori sulla pista in cemento di seicentosessanta metri del Parc des Princes vicino a Auteuil, la pista più infida di tutte dove vedemmo cadere il grande Ganay e udimmo il crocchiare del suo cranio che si sfondava sotto il casco come si rompe un uovo sodo contro un sasso per sgusciarlo durante una merenda in campagna.
Devo descrivere lo strano mondo delle corse di Sei Giorni e le meraviglie delle corse su strada in montagna. Il francese è l’unica lingua in cui se ne sia parlato a dovere e i termini sono tutti francesi ed è questo a render la cosa difficile. Mike aveva ragione, non c’è nessun bisogno di scommettere. Ma questo appartiene a un’altra fase parigina.

da Ernest Hemingway, Festa mobile, 1960. Traduzione di V. Mantovani. Mondadori, Milano. Collana Oscar – Scrittori del ‘900.

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