Lo stadio con l’anima

Il destino del Velodromo Vigorelli di Milano, indimenticato tempio del ciclismo su pista, è da anni sospeso tra ricorrenti tentativi di sensibilizzare la città al suo destino, animati dalla sincera passione e dalla delusione di vederlo da troppo tempo abbandonato – qui l’ultimo esempio –  e altrettanto ricorrenti ipotesi sulla sua riconversione e destinazione futura, spesso fantasiose e poco rispettose della storia e della tradizione dell’impianto. Anche di questo ci sono ottimi esempi, tra l’altro recentissimi. E pensare che per chiarirsi le idee su quello che questo edificio rappresenta basterebbe leggere questo splendido (e purtroppo inevitabilmente malinconico) articolo dedicatogli qualche anno fa da Mario Fossati.

Un vecchio matto sospettava che gli stadi vivessero. Lo stadio deserto non appariva al mio amico come una conchiglia vuota. Gli suggeriva un’ immagine surrealistica: gli offriva la sensazione che la pista e il prato osservassero le tribune. A suo avviso, rimanevano, nello stadio, nel velodromo, nell’ ippodromo deserti un grado di febbre, di calore, la linea, il tono di un avvenimento vissuto. Ma si può amare uno stadio? Accade. Lo stadio più amato dai milanesi è il velodromo Vigorelli. Tre volte il Vigorelli è rinato dalle macerie e dall’ incuria degli uomini. Hanno cercato anche di distruggerlo. Sempre, però, qualcosa ha sconfitto i detrattori e qualcuno ha fatto ricredere i tiepidi.

Quando ero ragazzo (non possedevamo molto negli anni ’30) l’ Europa che ci era negata era per me rappresentata dai treni che sfioravano la città dove sono nato e correvano, per Como e per Chiasso verso i laghi, verso i monti della Svizzera. E poi dal Vigorelli, dove approdavano campioni di altri Paesi, un piccolo mondo esotico che potevi quasi toccare con mano. Il ciclismo, come dire, tattile. Il Vigorelli dall’ elegante tettoia, fatto di preziose tessere di legno, illuminato a giorno, era un transatlantico attraccato alla banchina del Sempione. In occasione del record di Francesco Moser, ho veduto i “vecchi” della parrocchia, la confraternita degli iniziati, affacciarsi alla sua porta, all’ ellisse dal disegno tanto puro. Alcide Cerato, agente per “viaggi definitivi”, si era dato un gran da fare perché il parquet venisse rappezzato, raschiato, verniciato: perché una corsia liscia, al limite della scivolosità, si aprisse, a pelo di corda, davanti alle sue ruote lenticolari. E c’ era riuscito.

Moser girava, dunque, con la regolarità di un metronomo e io pensavo che sulla grande pista corrono pure i giorni, le notti, il vento e, ahimé, gli anni. Mezzo secolo. Urbanizzazioni, manager, suiveurs, soigneur, patiti, folle avide, entusiaste. Il popolo del Vigorelli, Anteo Carapezzi e Tano Belloni e il suo gran feltro dalla fodera di raso – lui diceva marezzata – omaggio all’ America di Wilson e del Charleston. Vittorio Strumolo, che gestì indimenticabili stagioni di ciclismo e di boxe. Bordoni stayer e poi conduttore delle motociclettone degli stayers. Un folklore autentico. Il folklore di oggi è spesso voluto: e, perciò, nauseante, dolciastro. La rinascita del Vigorelli mi è stata raccontata da Anteo Carapezzi, il padre di Adone Carapezzi, il noto telecronista. Carapezzi amava la pista e soprattutto amava che altri l’ amassero. Credo che per questo mi avesse preso in simpatia. Carapezzi parlava… parlava. «Adesso le voglio dire una cosa. Questo capolavoro qui, che è bello come un violino, è nato per caso. Hanno abbattuto il “Sempione” e fu un delitto. Sa perché hanno abbattuto il “Sempione”? Perché succedeva che il Girardengo, preferisse una mia riunione su pista al Giro di Lombardia.

A provocare la distruzione del “Sempione” è stato Emilio Colombo, patriarca dello sport milanese, direttore della Gazzetta dello Sport. A Colombo le debolezze verso la “pista” da parte di Gira e degli altri davano maledettamente sui nervi. Un bel mattino, al “Sempione”, su ordine telegrafico giunto da Roma (un esempio di fascismo applicato!) arrivò una squadra di muratori. I muratori salirono su una curva e ne tagliarono una fetta. Non solo un’ infamia, un’ infamia irridente! Impraticabile il velodromo “Sempione”, per anni i pistard italiani erano come morti. Io mi ritrovai disoccupato. Per sbarcare il lunario mi diedero un posto di custode al campo del Milan (il Meazza di oggidì)». E poi: «Nel ’32 ci fu il Mondiale a Roma. Schurmann, un architetto con licenza tedesca, disegnò la pista. La carpenteria Bonfiglio di Milano la mise in opera. La pista venne alzata nello stadio del partito (l’ attuale Flaminio). Finito il Mondiale venne impacchettata e rispedita a Milano.

Eravamo nel ’35, l’ anno dopo ci sarebbero state le Olimpiadi di Berlino. Quando si trattò di montare la pista però si accorsero che le tribune le andavano strette». Ancora Carapezzi: «Io dicevo a Bonfiglio: se questi matti svuotano l’ incavo dello stadio di tanti cubi di terra, se lei ce la fa a segare le curve al centro, a ridurre e a raccordarle, la pista ci entra e sotto il livello del suolo, semicoperta, diventa la pista più scorrevole del mondo. Così fu. Il Vigorelli, affidato al cavalier Giacomo Grassi, era nato». Adesso, raccontando, mi accorgo che il Vigorelli è stato ed è più grande dei velocisti che vi lavoravano. Nella stessa misura in cui la Scala è più grande della Callas o di Pavarotti.

Nel discorso di Anteo Carapezzi la storia del Vigorelli fatalmente sfociava nella terribile notte dell’ estate del ’44, quando una pioggia di bombe incendiarie cadde su Milano. Battista, l’ antico custode, ricorda, si sentiva chiamato in causa: «Guardi, un baccano da far saltare le orecchie. Io capisco al volo e li porto via, i miei, dal tunnel in camicia da notte. Mia madre, poveretta, si sveglia e crede di sentire suonare le trombe del Giudizio. Io mi sono voltato un istante: c’ erano gocce di fuoco dappertutto. La pista era un anello di fuoco: illuminava l’ erba del prato che sembrava rientrare nelle sue radici. Un inferno». L’ indomani, il Vigorelli pareva lo scheletro di un enorme mammut. La guerra, la liberazione. Il cavalier Grassi ammattisce per trovare una operatore economico, che costruisca e investa nel Vigorelli. Si rivolge anche a suo figlio, Luigi, che fa il giornalista. «Ma tu – gli domanda – non conosci nessuno che abbia la grana e che lo voglia?». Luigi Grassi risponde: «C’ è un mio compagno di scuola, Vittorio Strumolo, che sa di sport e di economia». Un colpo di telefono e appare Strumolo. Un altro colpo di telefono: è Strumolo a chiamare il commendator Zafferri. L’ affare è fatto. Tanti sacchi di cemento, tanto legname: non è più abete degli Urali ma abete delle Alpi, le cui essenze sono identiche.

Ed ecco il nuovo il Vigorelli. Adesso dovrei fare l’ excursus del record dei campionati, dei match ad inseguimento o pugilistici cui ho assistito anche da vicino. Occorrerebbero cento e cento pagine che occuperebbero quei 390 metri di pista alla maniera di un interminabile lenzuolo. Me ne manca l’ animo. Molti protagonisti sono affidati alla leggenda. Io so che ora è il Vigorelli ad esaltare le virtù dei campioni. Le vittorie che si ottenevano a Milano, in via Arona, erano il visto, il timbro, la ceralacca del passaporto di un pistaiolo. Gli aristocratici del “muscolo” abbondavano e bastava che il dottor Strumolo alzasse un dito perché accorressero. Reg Harris, un caposcuola dello sprint, lo stile di un baronetto, il cui viso aveva il taglio diritto cinico delle sue volate. Maspes, che al Vigorelli vinse il primo Campionato del mondo italiano dello sprint professionistico, conquistando l’ Italia. Maspes sapeva farsi prendere dai muscoli e dai nervi. A volte era come se non avesse corpo. Volava. Van Vliet con le sue lenti spesse da miope. Scherens, detto “il poeske”, il gatto, che infilzava l’ avversario di un quarto di ruota, all’ ultimo fazzoletto di pista. Gerardin, il cocco di Parigi, che aveva incontrato Edith Piaf, che lo avevo molto incoraggiato. Il Vigorelli facitore di campioni dello sprint da Bergomi (che la guerra ha bruciato) ad Astolfi fino a Gaiardoni, che passava di potenza irresistibilmente.

E ancora il Vigorelli del tedesco Richter, che un ordine della Gestapo eliminò il primo inverno di guerra, nel ’39, per sospetta esportazione di valuta. Fu un delitto: «Ti hanno condannato per dare un esempio, gli avevano detto i carcerieri. Hai vinto un mondiale per il Terzo Reich e stanotte potrai fuggire». Gli aprirono le porte delle celle, lo invitarono a prendere il volo. Fu un ignobile gioco. La guardia lo abbatté con una fucilata quasi fosse una lepre, sulla soglia del carcere. La notizia rimbalzò da Berlino al Vigorelli. Una mano ignota stracciò con un gessetto rosso sul muro della cabina, che Richter occupava, un “Richter vivrà”, una scritta gigantesca, che non voleva scomparire sotto la calce). E gli stayers, artisti sulle due ruote, Lacque, Lohman, Severgnini, Frosio, Pizzali, De Lillo, appallottolati al rullo dei motociclettoni: “Alzani”, con il conduttore diritto come un derviscio sulla canna. E gli inseguitori, gli stradisti di grido, Coppi-Bartali-Magni. Il record di Olmo, Richard, Archambaud, Coppi, Baldini, Anquetil, Rivière: fino al Moser astrale.

Gli annali del Vigorelli parlano dei pomeriggi e delle notti di Coppi allorché il campionissimo con “parziali” da capogiro prendeva di petto il pedalatore folle, Gerrit Schulte, che correva con incontrollabili brevi raffiche o Patterson l’ australiano che era un modello di stile eguagliato dal solo Hugo Koblet (che, diceva Binda, faceva il solletico ai pedali). Oppure Peeters. La folla premeva paurosamente ai cancelli. Nei bar della Bullona, ad un passo dal Vigorelli, parlano del 7 novembre del 1942. Un cielo basso sporco carico di insidie, un cielo di guerra perduta. Sotto la tettoia un pubblico dal cappotto rovesciato, dal bavero sdrucito. Coppi in forza al 38 Fanteria ha strappato una licenza. Il colonnello, che volutamente lo ignora, lo vuole spedire in Africa: e lui tenta l’ ora di Archambaud per commuovere chi di dovere. Una bicicletta avara di alluminio: una maglia di lana a cinque tasche, un tocco di campana scandisce i tempi di marcia.

Coppi batte Archambaud. Scende di sella che è il crepuscolo. è ammazzato di fatica, non è assolutamente in grado di assaporare il trionfo. L’ atmosfera di guerra, il freddo, l’ improvvisazione, l’ insufficienza meccanica lo avevano fatto soffrire come una bestia. Al ritorno in caserma Fausto apprenderà di essere stato aggregato al 36 Fanteria, destinazione Tunisi via Sciacca. Il 23 aprile 1943 Fausto Coppi era un “prisoner of war”. La memoria del Vigorelli è di elefante. Gli americanisti Terruzzi (il Nando, un idolo milanese) e Rigoni, Wals-Pellenaers, Strom-Arnold avevano riempito di folla i vuoti dell’ ellisse. Il gemellaggio del ciclismo con la boxe era divenuto intanto, spontaneo. Turiello-Cerdan, l’ ho ancora negli occhi. Le stivate bassissime a livello di tappeto di Turiello, la forza grezza di Cerdan, incontenibile vincitore. Il quadro finale: mille e mille fiamme di accendini, di briquets, che andavano su dritte nella notte. Più che luce tanti piccoli ceri accesi davanti alle nostre speranze deluse.

Eravamo nel giugno del ’39. I Mondiali di ciclismo al Vigorelli verranno interrotti dalla guerra. Chi avrebbe voluto trasformare il transatlantico Vigorelli in un cinodromo non ha mai avuto il minimo sentore di quanto abbia rappresentato e rappresenti per generazioni di milanesi il velodromo Vigorelli. Un brutto giorno ritrovammo il Vigorelli sconciato, con sbarre di ferro conficcate nel tessuto della pista: e un terrapieno a sfiorare l’ anello. Il pueblo delle zone 6 e 8 di Milano, del Sempione e del “borgo dei cipollai”, non ebbe esitazione: insorse. I levrieri vennero trasferiti altrove, i lavori bloccati. L’ indomani la prima notturna di carattere e tono mondiali. La notte dei campioni fu la prima sua fatica. Al mondo, però, è risaputo, si viene puniti per le proprie buone azioni.Una bufera di neve, una nevicata monstre, nell’ 85, rovesciò sulla pista onusta non solamente di gloria e la scaraventò sul parquet, un colpo terribile, un tuono, come se tutte le saracinesche di Milano fossero calate nello stesso istante. Un rumore sinistro. Infine, l’ irritazione nervosa tutta milanese, di Cerato and company. All’ angoscia non si resiste con l’ immobilità. Per la terza volta il Vigorelli venne rifatto. Il record di Moser lo ha cavato fuori da una profondità abissale. La pista come capita alle botti di eccellente fusto, gemeva, schiaffeggiata dalla pioggia intrisa di umidità o arsa nel sole. Il Vigorelli era perduto. Il “transatlantico” non è più uscito dal bacino di carenaggio. è divenuto la meta delle mie passeggiate mattutine meste e ventilate.

Uno della “parrocchia” della confraternita dei pistard mi ha rimproverato: «Tu hai ottenuto per l’ ippica il sigillo delle Belle arti sull’ Ippodromo di San Siro e sui terreni di allenamento di Trenno e Maura. Ti sei imborghesito. Mi aspettavo che facessi altrettanto per il Vigorelli». Ho risposto: «Sarebbe occorso un miracolo: e i miracoli, anche Milano non sono ripetibili». Occorrerebbero altre conoscenze municipali e altra cultura. Il Vigorelli è stato perduto. Non sorprende in un paese dove si costruisce un autodromo nel parco chiuso più vasto d’ Europa. «Nell’ ippica rispolveriamo i generali e i militari dei quali (diceva Einstein) non è che non siano intelligenti. Solamente è stata consegnata loro un’ intelligenza per sbaglio». Mi prende una grande malinconia.

Parole di Mario Fossati, da “Addio al Vigorelli, lo stadio con l’anima”, originariamente pubblicato su La Repubblica, 17/07/2005 e disponibile anche qui.

  1. Pingback: Il Vigorelli: una storia da salvare | Die Enttäuschung

  2. carlo

    i tempi belli del VIGORELLI rimangono

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