LA CRONOMETRO DELLA SPERANZA

Nelle due gare a cronometro individuale di ciclismo disputate alle Olimpiadi di Tokio nei giorni scorsi, sia nella prova femminile che in quella maschile, il primo corridore a partire si è classificato ultimo all’arrivo. Entrambi avevano la stessa divisa. Non quella delle rispettive squadre nazionali, ma una semplice maglia bianca con i pantaloncini neri, il logo dei cinque cerchi olimpici e la scritta Refugee Olympic Team, la Squadra Olimpica Rifugiati.

Gli atleti in gara, Masomah Ali Zada, afghana, e Ahmad Badreddin Wais, siriano, fanno infatti parte della squadra di atleti rifugiati selezionati dal CIO per la partecipazione ai giochi di Tokio. La squadra è stata istituita dal CIO a seguito della crisi globale che vede milioni di persone nel mondo costrette a lasciare il proprio paese d’origine a causa di guerre e discriminazioni, con lo scopo di consentire agli atleti presenti tra i rifugiati di continuare a competere. Una volta individuati e selezionati dal CIO, questi atleti vengono sostenuti finanziariamente, attraverso delle borse di studio, nella loro formazione, preparazione e partecipazione alle competizioni, e hanno così la possibilità di continuare la loro carriera sportiva e costruire il loro futuro.

Il progetto è gestito dal CIO insieme all’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) e vuole trasmettere, attraverso gli atleti, un messaggio di speranza e di inclusione ai milioni di rifugiati sparsi per il mondo. Alle Olimpiadi di Rio 2016 gli atleti selezionati per partecipare ai Giochi sono stati 10. A Tokio il loro numero è salito a 29 e competono in 12 discipline sportive. Masomah Ali Zada e Ahmad Badreddin Wais sono gli unici due ciclisti in seno alla Squadra Olimpica Rifugiati.


Masomah Ali Zada
ha imparato ad andare in bicicletta dal padre mentre i Talebani erano al potere in Afghanistan e la sua famiglia, che appartiene alla minoranza etnica Hazara, si trovava in esilio in Iran. Tornata in patria, ha iniziato a praticare il ciclismo, insieme alla sorella Zhara, sotto la guida di Abdul Sadiq Sadiqi, ex-corridore e storico presidente della Federazione Ciclistica Afghana, e diventando ben presto un pilastro della squadra.

Per le donne poter andare, e poi correre, in bicicletta, non è mai stato facile. Anzi, è sempre stata una lunga e faticosa conquista, a tutte le latitudini. Basti pensare, per restare in ambito olimpico, che il ciclismo maschile fa parte del programma dei Giochi olimpici dalla prima edizione del 1896, mentre il ciclismo femminile vi è stato inserito solo a partire dal 1984, quasi un secolo dopo.

Nella società afghana, rigidamente conservatrice, andare in bicicletta è ancora oggi considerato immorale per una donna. Vedere una donna in bicicletta è per molti un vero e proprio affronto. Per queste ragazze infilarsi la calzamaglia lunga e un foulard sotto il casco ed uscire ad allenarsi vuol dire sfidare questo tabù ed esporsi ogni volta agli insulti, alle minacce, agli strattoni e ai lanci di frutta, uova o persino pietre dei passanti. Abdul Sadiq Sadiqi scortava le sue ragazze in auto fuori città, fino ad un anello d’asfalto in mezzo al deserto dove potevano finalmente allenarsi con tranquillità. Se per una ragazza è pericoloso persino utilizzare la bicicletta come semplice mezzo di trasporto, sognare di rappresentare il proprio paese alle Olimpiadi in sella appare una vera e propria illusione.

La vita di Masomah e delle sue compagne cambia nel 2016 quando la loro storia viene raccontata da Katia Clarens, Pierre Creisson e Xavier Gaillardin nel cortometraggio Les petites reines de Kaboul, prodotto dal canale Arte TV, e colpisce Patrick Communal, un avvocato francese in pensione che si attiva per far loro ottenere un visto umanitario con cui possano essere accolte in Francia come rifugiate, insieme alla loro famiglia.


Nel 2017 Masomah e Zhara, insieme alla compagna Frozaan Rasoli, iniziano la loro nuova vita in Francia. Grazie al programma di sostegno per i rifugiati possono iscriversi all’Università di Lille, dove Masomah oggi studia Ingegneria Civile, e continuare a coltivare la passione per la bicicletta e a gareggiare. Nel 2019 esce con la regia di Sarah Menzies il film Aghan Cycles, questa volta un lungometraggio che raccoglie il lavoro di cinque anni di riprese, dedicato alla rivoluzione a pedali delle ragazze afghane.

Nel 2021 Masomah Ali Zada arriva alle Olimpiadi di Tokio. È la prima donna afghana, e la prima rifugiata in Francia a partecipare. Dopo la cronometro olimpica, ha dichiarato:

“Sono già una vincitrice. Ho vinto contro le persone che pensano che le donne non possano andare in bicicletta”.


La storia di Ahmad Badreddin Wais, l’altro corridore in gara nella cronometro a Tokio, è diversa ma non meno drammatica. Ahmad è siriano, di Aleppo. Ha iniziato a pedalare seguendo l’esempio dei fratelli, e ha dimostrato subito talento, tanto da entrare nella squadra nazionale del suo paese e trasferirsi nella capitale, Damasco. Nel 2009 è stato il primo ciclista siriano a partecipare ai campionati del mondo UCI per juniores a Mosca, classificandosi 61° nella gara a cronometro. Tra il 2008 e il 2014 ha ottenuto numerosi successi, vincendo sia il Campionato Arabo che quello Siriano juniores su strada.

Nel 2014 è arrivato 32° ai Campionati Asiatici su strada. L’estate dello stesso anno, è fuggito dalla Siria, dove dal 2012 imperversa una vera e propria guerra civile, attraverso Libano, Turchia e Grecia, fino ad arrivare a Losanna, in Svizzera, dove è stato accolto dalla famiglia di un amico. La sua famiglia era già fuggita in Turchia a causa della guerra da qualche anno.

Il conflitto siriano, che dura ormai da dieci anni, ha generato la più grande crisi di sfollati dalla Seconda Guerra Mondiale. Con l’inasprirsi, di anno in anno, del conflitto il numero degli sfollati è aumentato costantemente. Oggi le stime dell’Agenzia Onu per i RIfugiati indicano che circa 13 milioni di siriani, più della metà della popolazione residente in Siria prima del conflitto, sia sfollata dentro o fuori dei confini nazionali. Circa 5,5 milioni di rifugiati sono distribuiti in 130 paesi del mondo, la maggioranza in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto, e altri 6,7 milioni di persone sono invece sfollate internamente al paese e vivono in condizioni precarie.

Ahmad inizialmente aveva provato a resistere restando a Damasco per potersi allenare con la nazionale e continuare a studiare Scienze dello sport, ma ormai le condizioni erano diventate troppo pericolose per restare in Siria e ha dovuto rassegnarsi a fuggire. La sua fuga va a buon fine ma il viaggio lo lascia profondamente provato, sia fisicamente che psicologicamente. In Svizzera riesce a ottenere lo status di rifugiato, ma fatica a ripensarsi come atleta. Difficile correre per il suo paese, dato che in Siria, a causa della sua fuga, è ricercato dai militari in quanto renitente alla leva, obbligatoria per tutti gli uomini tra i 18 e i 42 anni. Trova lavoro in un supermercato, per un periodo fa il tassista.


Quando il CIO, a Ottobre 2015 annuncia all’Assemblea Generale dell’ONU l’istituzione della Squadra Olimpica Rifugiati intravede la possibilità di ritornare ad essere un corridore e decide di ricominciare ad allenarsi. Ritorna a gareggiare solo nel 2017, ai Campionati del Mondo di Bergen, in Norvegia, dove si classifica 60° nella cronometro. Da allora non smette più, e partecipa a quattro campionati del mondo su strada UCI dal 2017 al 2020, sempre nella cronometro individuale, in cui si classifica anche 16° ai Giochi del Mediterraneo del 2018 e 9° ai Campionati Asiatici del 2019. Nel frattempo da Losanna si è trasferito a Hindelbank, vicino a Berna, e gareggia su strada, a cronometro e in pista per il team Tempo Sport. Durante un intervista raccolta ai Campionati Mondiali di Innsbruck del 2018 ha dichiarato:


“Voglio dire a tutti nel mondo, che i nostri giovani che stanno crescendo e studiando o formandosi, hanno bisogno della pace per farlo. Speriamo di fermare presto la guerra, per tutti i siriani. Io sono qui per dire a tutti che non c’è solo la guerra nel mio paese, c’è anche lo sport, per esempio, e noi speriamo nella pace in Siria e anche nel resto del mondo”.

Anche se Masomah e Ahmed sono arrivati ultimi in gara, se sono stati più lenti di tutti gli altri concorrenti, in fondo non è poi cosi importante. Loro stanno correndo una corsa molto più lunga e dura di una cronometro olimpica. Una corsa iniziata ben prima della rampa di partenza e che porta molto più lontano dello striscione di arrivo. Essere lì per partecipare ai Giochi Olimpici, dopo aver rischiato di non poter più salire in bicicletta, è già una vittoria, che si rinnoverà ogni volta che le loro storie riusciranno a dare speranza a chi si trova ad attraversare le loro stesse difficoltà. E questo è senz’altro un buon motivo per raccontarle.

Il coraggio di vincere le Olimpiadi


Dal 1903, quando Marie Curie ha vinto il Premio Nobel per la Medicina, solo 17 donne hanno vinto il Nobel in discipline scientifiche come Fisica, Chimica o Medicina. Gli altri 572 vincitori sono sempre stati uomini. Nel ricerca scientifica, le donne rappresentano oggi solamente circa il 30% del totale della popolazione mondiale dei ricercatori. Sono quasi delle infiltrate. È una disuguaglianza profonda, che ha le sue radici nei pregiudizi e nelle convenzioni sociali che spesso frenano molte ragazze nell’intraprendere una carriera nelle cosiddette discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), in cui le donne continuano ad essere sottorappresentate.

Anche se esistono oggi associazioni e iniziative, anche istituzionali, mirate a colmare questo gender gap, la strada da percorrere è ancora lunga. Nonostante nella scuola primaria più della metà delle bambine dimostrino interesse e propensione per le materie dell’area STEM, durante l’adolescenza e lungo il percorso che porta fino all’università la maggior parte finiscono per allontanarsene. Tra le cause il condizionamento degli adulti, che pensano che siano meno portate dei maschi per queste discipline e quindi non le incoraggiano a intraprendere queste carriere, e la mancanza di modelli a cui ispirarsi.

Questo non è stato certamente il caso di Anna Kiesenhofer. Anna è una ragazza austriaca, nata a Niederkreuzstetten, modesta frazione che conta meno di mille abitanti di Kreuzstetten, distretto di Mistelbach, regione del Niederösterreich. Un paesino disperso nella campagna a una quarantina di chilometri a nord di Vienna. Proprio nella capitale austriaca Anna ha studiato all’Università, e ha conseguito un BS in Matematica per la Scienza e Tecnologia e uno in Fisica Tecnica, entrambi con lode e borsa di studio. Nel 2011 si è spostata all’Università di Cambridge, dove ha ottenuto un MS, sempre in Matematica, sempre accompagnati da lode e borsa di studio. Da lì è andata a Barcellona, per conseguire il suo il PhD in Matematica Applicata, sempre con il massimo dei voti. Nel 2017 si è trasferita a Losanna, in Svizzera, dove lavora come ricercatrice post-dottorato alla EPFL, la Scuola Politecnica Federale, in un gruppo di lavoro che conduce ricerche sulle equazioni differenziali parziali non lineari che sorgono nella fisica matematica, e docente nei corsi di Analisi Matematica III e IV.

Oltre al tedesco, parla inglese, francese, spagnolo e un po’ di catalano. Quest’anno, il giorno di San Valentino, ha compiuto trent’anni. Sempre quest’anno, ieri per la precisione, Anna Kiesenhofer ha vinto la medaglia d’oro nella gara di ciclismo su strada alle Olimpiadi di Tokio. L’Austria non vinceva una medaglia d’oro olimpica dal 2004 e nel ciclismo dal 1896. Da ieri Anna Kiesenhofer è diventata la cittadina più illustre nella storia del piccolo villaggio di Niederkreuzstetten. A chi le ha chiesto che cosa cambierà questo nella sua vita ha risposto:

Vediamo. Non lo so. Penso che il cambiamento principale potrebbe essere in realtà in me stessa, nel mio carattere. Questo risultato mi darà molta fiducia in me stessa. Non sono ancora sicura di cosa cambierà all’esterno. Manterrò il mio lavoro, continuerò a correre come facevo prima di questa vittoria. Naturalmente, in termini di fiducia in me stessa mi ha reso un’altra persona, penso.

Anna è scattata al chilometro zero della corsa. Una mossa da perfetta outsider, quei cacciatori di gloria effimera che vanno in fuga all’inizio, e che il gruppo lascia sfogare, a cui si lascia spazio per mettersi in mostra intanto che i favoriti scaldano la gamba. E che non turbano più di tanto né il gruppo, né chi siede in ammiraglia. Tanto poi quando inizia la corsa vera il gruppo li riassorbe senza accorgersene, e della loro fuga rimangono, se va bene, due righe in cronaca. Un copione già visto mille volte. Ma a lasciar fare troppo, a sottovalutarle, a volte queste fughe apparentemente innocue si trasformano in fughe-bidone. Qualche volta uno o più fuggitivi non vengono ripresi, magari annaspano e sembrano sul punto di annegare ma riescono a rimanere fino alla fine a galla là davanti, sino a beffare il gruppo e a vincere la corsa, magari di pochi metri. Di solito però, non succede.

Anna non aveva compagne di squadra ieri. Era partita da sola. Correva da sola. Come gli indipendenti, che si presentavano una volta al Giro d’Italia senza squadra e per cui esisteva anche una classifica apposita. Altri tempi. Ma lei ci è abituata, a far da sola, ma soprattutto a fare a modo suo. A non far girare solo i pedali ma anche la testa: si prepara da sola i programmi di allenamento, sceglie l’attrezzatura, pianifica in prima persona alimentazione e tattica di gara, ha imparato a capire di chi può fidarsi e di chi no:

Ormai ho trent’anni, e ho cominciato a rendermi conto che tutte quelle persone che dicono di sapere, in realtà non sanno. Molti di loro non sanno, e soprattutto quelli che dicono di sapere, non sanno, perché quelli che sanno dicono di non sapere.

Non è cresciuta nel ciclismo, Anna. Non ha fatto tutta la trafila delle categorie giovanili, per intenderci. Pur amando lo sport sin da ragazzina, ha iniziato a gareggiare nelle corse a piedi, nel triathlon e nel duathlon a vent’anni, nel 2011. Si è innamorata definitivamente della bici nel 2014, quando un infortunio l’ha costretta a prendersi una lunga pausa dalla corsa. Dopo aver ottenuto nel 2016 la vittoria della Copa de España in Spagna, una tappa e il secondo posto in classifica nella gara a tappe Tour de l’Ardeche in Francia e il 2° posto ai Campionati Nazionali a Cronometro, arrivò per il 2017 l’ingaggio dal team professionistico femminile Lotto-Soudal Ladies, ma stava completando il suo PhD e quella nel mondo professionistico rimase un’esperienza di breve durata. Tornò a correre da dilettante nel 2019 vincendo i Campionati Nazionali Austriaci su strada e a Cronometro e piazzandosi al 5° posto ai Campionati Europei e al 20° ai Campionati Mondiali, sempre a Cronometro. Nel 2020 e 2021 si è ripetuta vincendo i Campionati Nazionali a Cronometro.

A Tokio quando è scattata l’hanno seguita quattro compagne di avventura, Anna Plichta (Polonia), Carla Oberholzer (Repubblica Sudafricana), Vera Looser (Namibia) e Omer Shapira (Israele). I chilometri e la fatica hanno sfoltito il gruppetto, e ai -40 dall’arrivo Anna si è scrollata di dosso le ultime due, Plichta e Shapira. E ha continuato da sola. Restava da fare ancora solo una cronometro di 40 km. Che poi è quello che le riesce meglio. Del resto aveva programmato di attaccare all’inizio, anche perché in mezzo al gruppo non si trova proprio a suo agio. Tutto stava procedendo secondo i piani.

Anche se sulla carta sono una dilettante, il ciclismo occupa molto spazio nella mia vita. Per l’ultimo anno e mezzo, sono stata completamente concentrata sulla giornata di oggi.

Nei suoi piani un buon risultato sarebbe stato un 25° posto. Una vittoria, è un risultato straordinario. Reshma Saujani, la fondatrice dell’associazione girlswhocode, che mira ad aumentare il numero di donne nell’informatica e colmare la differenza occupazionale di genere nella tecnologia, in un suo apprezzato TED Talk di qualche anno fa ha detto:

“Stiamo crescendo le nostre ragazze per essere perfette, e i nostri ragazzi per essere coraggiosi. Nella nostra economia e nella nostra società non educhiamo le nostre ragazze ad essere coraggiose. La mancanza di coraggio è la causa per cui le donne sono sottorappresentate nelle STEM, nelle stanze del potere, nelle riunioni, al Congresso, e più o meno ovunque. Così nel 2012, ho fondato un’associazione per insegnare alle ragazze il coding, la programmazione. E ho scoperto che mentre gli insegnavo a programmare gli stavo insegnando a essere socialmente coraggiose. La programmazione è un processo continuo di tentativi ed errori, è inserire il comando giusto nel punto giusto. A volte è solo un punto e virgola a fare la differenza tra successo e fallimento. Il codice si disfa e si rifà da capo, e richiede molti tentativi, fino a quel momento magico in cui quello che si cercava di ottenere diviene realtà. Richiede perseveranza. Richiede imperfezione”.

Forse allora anche correre in bicicletta è un po’ come programmare, è un continuo fare tentativi fino a riuscire a piazzare la mossa giusta al momento giusto, e a raggiungere il risultato voluto. O forse no. Ma sicuramente ieri Anna Kiesenhofer è stata molto, molto coraggiosa. Su questo non ci sono dubbi. E oggi, sulla home page della EPFL, la Scuola Politecnica Federale di Losanna c’è la sua figura esile in maglia biancorossa, la testa leggermente inclinata da un lato, a braccia alzate sul traguardo, e il titolo: una scienziata dell’EPFL vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi.

Keep it Round

La passione non è una cosa che puoi inventare.
La passione la devi trasudare.
E la gente lo capisce, se c’è o non c’è.
Dario Pegoretti

L’Officina, o meglio la Bottega Dario Pegoretti è probabilmente il progetto più bello che Dario abbia mai realizzato. Più bello dei tanti telai dalle prestazioni eccezionali, più bello delle innumerevoli grafiche esuberanti e visionarie che ne rivestono la perfezione meccanica e le linee impeccabili trasformandoli in dipinti in forma di bicicletta. Più bello delle tante dirompenti innovazioni tecniche e costruttive sviluppate negli anni.

La Bottega Dario Pegoretti è un sogno che si è realizzato. Era solo un idea, una possibilità tra le tante, che con impegno e tenacia è diventata una realtà solida e concreta. Ed è sopravvissuta, come lui avrebbe voluto, al suo fondatore. È una magia che vive quotidianamente nelle mani degli artigiani che ci lavorano, Andrea, Cristina, Gianmaria e Pietro, che con rigore, passione, dedizione, e maestria, continuano a realizzare, cercando costantemente di migliorarli, telai per bicicletta di fattura eccezionale e sorprendente bellezza.

L’ultimo nato in Bottega, presentato un anno fa in occasione della prestigiosa rassegna londinese Rouleur Classic, che raggruppa gli atleti e i marchi più in vista del mondo ciclistico, è il modello Round, che si pone come il nuovo telaio di punta della gamma Pegoretti. Il progetto Round germina dal noto modello Mxxxxxo, che è stato per l’occasione reinventato utilizzando un materiale diverso.

Round è infatti la risposta della Bottega alle richieste ricevute della community di appassionati e clienti di poter disporre delle già eccezionali prestazioni del Mxxxxxo combinate con l’elevata resistenza alla corrosione e le superiori leggerezza e resistenza proprie dell’acciaio inossidabile, sinora in Bottega utilizzato esclusivamente per il modello Responsorium.

Round è un’idea che ha preso vita a tavola, nelle conversazioni nate durante i pranzi in officina e che è stata rifinita e raffinata in lunghe discussioni davanti alla macchinetta del caffè. Costruito con tubazioni custom a triplo spessore in acciaio inossidabile Columbus XCr (materiale circa il 20% più resistente rispetto alla serie Columbus Spirit), Round è il primo telaio Pegoretti che utilizza forcellini posteriori in acciaio inossidabile realizzati con il processo della stampa 3D.

Pegoretti-Round-Drop-Outs

Il triangolo posteriore e il ponticello del freno sono stati inoltre completamente riprogettati per aumentare la rigidità laterale e la reattività del carro posteriore. Il risultato è un telaio incredibilmente reattivo, destinato al corridore esigente, alla ricerca di una bicicletta da corsa senza compromessi, assolutamente contemporanea, nata per la competizione e la velocità. Round è un idea ingenua e semplice: andare più velocemente possibile dalla linea di partenza a quella di arrivo. E come sempre succede quando un oggetto è sincero ed autentico, e la sua forma non racchiude niente di inutile, di superficiale e di ridondante, ma sembra invece proprio quella giusta, l’unica possibile, quell’oggetto diventa stupendo.

Pegoretti-Round-Rear-Stays

Il nome è stato scelto in onore dello pseudonimo con il quale il fondatore, Dario, era conosciuto da amici e clienti, e che alludeva alla sezione invariabilmente e rigorosamente circolare dei tubi che, da sempre, compongono il triangolo principale dei telai Pegoretti. Per celebrarne il lancio, per il primo anno Round viene fornito esclusivamente con una grafica originale ed elegante chiamata Texas Flood, ispirata dall’amore di Dario per la musica di Stevie Ray Vaughan, la città di Austin, in Texas, e una certa cintura colorata da cowboy riportata a casa come souvenir dalla stessa città. Come gli altri telai Pegoretti, Round viene fornito corredato della forcella Falz e della serie sterzo Chris King D11, entrambe progettate in Bottega.

Round non è solo un telaio. Non è solo una bicicletta. È qualcosa di più. È un segnale, un simbolo, è un gesto di coraggio, di passione e di fiducia. È uno sguardo rivolto al futuro. In una libreria ingombra di best-seller venduti in milioni di copie, probabilmente se ne starebbe in un angolo, sullo scaffale della poesia. Ma per fortuna c’è ancora chi continua a pubblicare libri di poesie, anche se sa che difficilmente diventeranno dei best-seller. Perché un mondo senza poesia sarebbe un mondo senza emozioni.

Per informazioni:
Officina Dario Pegoretti
Lungadige Galtarossa 21/A

37133 Verona, Italia
info@dariopegoretti.com
Tel.: +39 045 9617028

Immagini cortesia Bottega Dario Pegoretti.

Il ciclista con la maglia della Polti

Giuseppe usciva tutti i giorni con la sua bicicletta da corsa. Partiva al mattino e rientrava prima di mezzogiorno. Di solito verso le undici, undici e trenta, era a casa. Lo riconoscevi, Giuseppe, perché indossava sempre una calzamaglia nera. Estate o inverno non faceva differenza, lui aveva sempre la sua calzamaglia.

Io lo conoscevo appena, Giuseppe. Solo di vista. Lo vedevo sempre attraversare il quartiere, quando partiva e sfrecciava veloce in discesa, oppure quando rientrava e percorreva un breve tratto sul marciapiede, prima di svoltare nella via dove abitava. Così evitava di doversi fermare ad aspettare in salita in mezzo alla strada, tra le auto che sfrecciavano, quando gli capitava di trovare il semaforo rosso.

Tutti noi ciclisti abbiamo una maglia preferita. Magari è una maglia vecchia, a cui è legato qualche ricordo, di una persona, di una squadra, di una corsa. Magari ce l’abbiamo ancora in un cassetto, e ci piace indossarla ogni tanto, in qualche occasione speciale.

Giuseppe quando usciva in bici indossava sempre una vecchia maglia, sgargiante ed eccessiva come solo una maglia anni Novanta può essere, quella gialla con le striature verdi del Team Polti. Non so se ne avesse molte, tutte uguali, ma sicuramente doveva averne almeno una versione estiva e una invernale. Perché non credo proprio di averlo mai visto con un’altra maglia. Quella maglia, sempre immancabilmente uguale a se stessa, era diventata il suo costume da ciclista. Lo chiamavamo il ciclista con la maglia della Polti.

Se penso a quella maglia a me la prima cosa che viene in mente, oltre a Giuseppe, è la volata di Gianni Bugno al Fiandre del 1994, quella in cui si fa quasi rimontare da Museeuw e la vittoria gli viene convalidata solo dopo una lunga analisi del fotofinish. Ma Giuseppe abitava a Lugano. Bugno, che in Svizzera ci è nato solo per caso e poi a Brugg, ben oltre il Gottardo, non so se gli sia mai piaciuto.

È più probabile invece che quella maglia gialloverde fosse un omaggio a Mauro Gianetti, il suo concittadino che con quei colori aveva centrato nel 1995 due vittorie tardive all’Amstel Gold Race e alla Liegi-Bastogne-Liegi, e l’anno dopo, ancora in forze allo stesso team, anche se rivestito per l’occasione dei colori rossocrociati, il secondo posto dietro Museeuw al mondiale corso proprio a Lugano, sulle strade di Giuseppe.

Ogni tanto mi capitava di vederlo anche quando ero in giro per lavoro, e la sua inconfondibile figura gialla, ormai diventata familiare, riusciva sempre a strapparmi, anche da lontano, un sorriso. Lui non lo sapeva, ma mi faceva compagnia, Giuseppe. Era bello saperlo in Giro a pedalare. Sapere che anche quando non potevo uscire per qualche impegno, lui invece la sua sgambata mattutina se l’era fatta. Nei giorni in cui si affacciava un po’ di stanchezza o di pigrizia, vederlo puntualmente passare mi dava la carica che mancava per inforcare la bicicletta e uscire.

In bici esco in genere sfruttando la pausa pranzo, quando lui era già rientrato, e quindi non capitava mai di pedalare insieme. L’ho incontrato solo una volta, in cui forse per qualche motivo era in ritardo, o semplicemente era uscito dopo il suo orario consueto. Allora abbiamo fatto un tratto insieme, con la confidenza che si instaura subito tra compagni di strada, e scambiato qualche battuta.

Parlava in dialetto, Giuseppe. E in dialetto aveva anche imprecato, contro un automobilista che ci aveva sorpassato passandoci secondo lui un po’ troppo vicino. Aveva un colpo di pedale guizzante e arzillo. Ti dava l’impressione di uno che non molla facilmente, neanche in salita, e non si cura affatto degli anni che si porta sulle spalle. Ma in fondo tutti i ciclisti sono cosi. Altrimenti non sarebbero ciclisti, farebbero qualcos’altro.

Aveva sessantaquattro anni, Giuseppe. L’altro giorno, non si è svegliato. Pare che non sia stata colpa del coronavirus. Che pure se ne sta portando via tanti, troppi. Semplicemente, il suo cuore di ciclista si è fermato. Purtroppo, quando torneremo alla nuova normalità che ci aspetta, Giuseppe non sarà con noi. Non lo vedremo più attraversare il quartiere in bicicletta. Ci mancherà, lui e la sua maglia gialla del Team Polti. E ci sentiremo sicuramente un po’ più soli.

 

Forse anche Dio voleva un tuo telaio.

Lo so. Lo dicevi da un pezzo che ti volevi ritirare. Ma nessuno avrebbe voluto che ti ritirassi. Nessuno era pronto a fare a meno di te. Ti ho incontrato la prima volta al Salone del Ciclo di Milano, nel 1997. Dopo aver fatto indigestione di telai in alluminio tutti con i cordoni di saldatura limati a rendere il più possibile liscia e invisibile la transizione tra i tubi, sono capitato nel tuo minuscolo stand.

Un nome sconosciuto. E questo chi è? Quattro o cinque biciclette da corsa in esposizione, magari con la sella pitonata o pelosa, e il telaio in acciaio, dai tubi rigorosamente tondi e i cordoni di saldatura – piccoli e perfetti – che si intravedevano sotto la vernice. Allora ti ho chiesto il perché. Il perché di quei telai diversi da tutti gli altri intorno. Avresti potuto liquidarmi con una risposta qualsiasi. Invece me l’hai spiegato.

Con i tuoi telai, avrei scoperto dopo, anche se con un altro nome scritto sopra, erano già state vinte corse importanti, mica intorno al campanile del paese. No, Giri d’Italia, Tour de France. L’hai spiegato a me, un ragazzino mai visto prima che non capiva molto di biciclette e aveva scritto in faccia che non aveva in tasca i soldi per comprarsene una. Hai spiegato a me perché tu facevi le biciclette proprio così, proprio in quel modo lì.

Eri un uomo di passione, di passioni. Passione per la bicicletta, passione per il tuo lavoro. Passione per le cose fatte bene, fatte in modo rigoroso, fatte come si devono fare. Senza scorciatoie e senza far cagade. Passione per le cose belle, per la musica, l’arte, l’architettura, il design. Ma anche passione per il cibo, il vino, il fumo, il caffè. In una parola, passione per la vita.

Quella volta a Milano dopo la chiacchierata ti ho chiesto se avevi un catalogo da darmi. E me l’hai dato e il tuo catalogo era una cartellina bianca con sopra una foto in bianco e nero di te in officina che saldavi, e dentro, pinzati insieme, tre fogli fotocopiati con la descrizione tecnica dei tuoi telai, a parole, senza foto. Quella cartellina con i tre fogli pinzati l’ho conservata. Ce l’ho ancora.

Poi ci siamo rivisti altre volte. Oggi che non ci sei più, penso, troppo poche. Mi ricordo una volta che sono stato da te a Caldonazzo, con alcuni amici. Siamo venuti a vedere da vicino come costruivi i tuoi telai. Tre sconosciuti. Ci hai ospitato a casa tua. Vitto, alloggio, e brasatura. E storie. Storie fantastiche di uomini e biciclette. Ti ho portato un disegno dedicato a Mario Confente, uno che ti aveva costruito un telaio quando correvi da ragazzo. E mi hai detto, questo lo metto a casa, mica in officina.

Mi ricordo una volta che sono venuto ad ascoltarti, di nuovo a Milano. Eri già conosciuto, quasi famoso, e c’era un sacco di gente intorno, e ci siamo salutati un po’ di fretta. Anche quella volta ti ho portato un disegno. In officina non l’ho visto. Forse hai messo a casa anche quello.

La bicicletta, quella invece me l’hai fatta vent’anni dopo. Il telaio giusto, quello che hai deciso tu, del colore che ti avevo chiesto io, anche se dentro di te pensavi che non fosse proprio una grande idea. Ma poi alla fine hai detto che era venuta niente male. E ho pensato che se dicevi così forse in fondo ti piaceva davvero.

L’abbiamo montata con i pezzi, tutti sbagliati, che avevo portato io. Abbiamo parlato poco di biciclette e tanto di tutt’altro. Abbiamo mangiato pane, salame e formaggio e aperto un paio di bottiglie di rosso tutti insieme in officina. E’ stata una bella giornata.

Ora te ne sei andato. Forse era ora. Forse era giusto cosi’. Forse è stato il tuo modo per ritirarti. O forse eri diventato troppo famoso e anche Dio voleva un tuo telaio. E non è tanto abituato ad aspettare. E allora faglielo, sto ultimo telar. Ma non farti intimidire, fagli quello che vuoi tu. Non farti influenzare, che lui non ne capisce niente di ‘ste robe. Dopo, riposati.

 

Il disegno è ispirato alla copertina del catalogo Pegoretti del 1997.
Il testo riportato sul disegno è la prefazione contenuta nel catalogo Pegoretti del 2006.
La foto l’ha scattata Dario nel 2016.

Marco

Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole,
di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai
banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono
simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”.

Jack Kerouac

 

Perché Marco ci manca ancora. Ci manca sempre. Ci manca come tutti quelli che se ne sono andati troppo presto. O troppo in fretta. Senza che ci sia stato il tempo di abbracciarsi. Di salutarsi. Di capire. Di pensare.

Ci mancano le sue sparate, i suoi affondi in salita, in piedi sui pedali, le mani basse sul manubrio. Ci manca quella macchia gialla che risale impazzita la montagna danzando lungo la striscia grigia dell’asfalto, con il gruppo sgretolato che scivola inesorabilmente indietro. Ci manca quell’omino con la testa rasata che pedala con il cuore in gola. E noi con lui.

Ci mancano le sue imprese. Montecampione, il Mortirolo, Oropa, il Galibier, il Plateau de Beille, l’Alpe d’Huez, Courchevel. Le sue leggende, i suoi gesti. La bandana, i pantaloncini senza fondello, il brillantino al naso lanciato via sulla salita. Ma ci mancano anche la sua Romagna e il suo Carpegna. Ci manca Cesenatico, e il Porto Canale, e il mare, e la spiaggia e anche la piadina.

Ci manca quella bicicletta d’alluminio gialla e celeste, con la scritta Bianchi in blu, la stessa Bianchi che era stata prima di Coppi e poi di Gimondi. Ci mancano le ruote Shamal d’alluminio che sparpagliavano lame di luce nel cielo, quegli assurdi tubolari gialli da 18mm, e l’improponibile cassetta pignoni con la scala rapporti 11-21.

Insomma, ci manca tutto. Su Marco è stato detto e scritto tanto, a volte anche a sproposito. Uno dei libri che ci è piaciuto di piu’ e Pantani era un Dio, di Marco Pastonesi, uscito qualche anno fa, in cui la sua vicenda è affidata al racconto corale di chi gli è stato vicino, direttori sportivi, amici, ma soprattutto i compagni di squadra, i suoi gregari, da sempre cari a Pastonesi. Dal racconto di una uscita di allenamento di uno dei suoi compagni (Marco della Vedova, con Pantani nel 2002):

Come corridore, il Panta è un grande. Un giorno, a Marbella, in Spagna, partiamo io e il Brigno (Ermanno Brignoli, con Pantani dal 1999 al 2002, ndr) a buon passo, 38 all’ora. Dopo una decina di chilometri che si pedala senza dire una sola parola, il Panta fa: «Ma cominciamo a fare sul serio?». Noi rispondiamo: «Marco, piu di cosí». Allora lui risponde: «Ok, tolgo la mantellina e ci penso io». Si spoglia – la mantellina serve solo per il riscaldamento – e si mette a menare, davanti, fino a Gibilterra, ai 45-50 all’ora per 80 chilometri, senza mai voltarsi, in mezzo al traffico come un pazzo. E arrivati al giro di boa, in cima a uno strappo, si ferma e mi chiede: «Mi sembra che vado, no?». Noi, finiti marci: «Possiamo tornare un po’ piu’ regolari?». Insomma, il Panta è il tipo che va a dormire alle tre di notte dopo averne combinate di tutti i colori e la mattina dopo ti porta in giro dall’inizio alla fine.

Ciao, Marco.