Il coraggio di vincere le Olimpiadi


Dal 1903, quando Marie Curie ha vinto il Premio Nobel per la Medicina, solo 17 donne hanno vinto il Nobel in discipline scientifiche come Fisica, Chimica o Medicina. Gli altri 572 vincitori sono sempre stati uomini. Nel ricerca scientifica, le donne rappresentano oggi solamente circa il 30% del totale della popolazione mondiale dei ricercatori. Sono quasi delle infiltrate. È una disuguaglianza profonda, che ha le sue radici nei pregiudizi e nelle convenzioni sociali che spesso frenano molte ragazze nell’intraprendere una carriera nelle cosiddette discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), in cui le donne continuano ad essere sottorappresentate.

Anche se esistono oggi associazioni e iniziative, anche istituzionali, mirate a colmare questo gender gap, la strada da percorrere è ancora lunga. Nonostante nella scuola primaria più della metà delle bambine dimostrino interesse e propensione per le materie dell’area STEM, durante l’adolescenza e lungo il percorso che porta fino all’università la maggior parte finiscono per allontanarsene. Tra le cause il condizionamento degli adulti, che pensano che siano meno portate dei maschi per queste discipline e quindi non le incoraggiano a intraprendere queste carriere, e la mancanza di modelli a cui ispirarsi.

Questo non è stato certamente il caso di Anna Kiesenhofer. Anna è una ragazza austriaca, nata a Niederkreuzstetten, modesta frazione che conta meno di mille abitanti di Kreuzstetten, distretto di Mistelbach, regione del Niederösterreich. Un paesino disperso nella campagna a una quarantina di chilometri a nord di Vienna. Proprio nella capitale austriaca Anna ha studiato all’Università, e ha conseguito un BS in Matematica per la Scienza e Tecnologia e uno in Fisica Tecnica, entrambi con lode e borsa di studio. Nel 2011 si è spostata all’Università di Cambridge, dove ha ottenuto un MS, sempre in Matematica, sempre accompagnati da lode e borsa di studio. Da lì è andata a Barcellona, per conseguire il suo il PhD in Matematica Applicata, sempre con il massimo dei voti. Nel 2017 si è trasferita a Losanna, in Svizzera, dove lavora come ricercatrice post-dottorato alla EPFL, la Scuola Politecnica Federale, in un gruppo di lavoro che conduce ricerche sulle equazioni differenziali parziali non lineari che sorgono nella fisica matematica, e docente nei corsi di Analisi Matematica III e IV.

Oltre al tedesco, parla inglese, francese, spagnolo e un po’ di catalano. Quest’anno, il giorno di San Valentino, ha compiuto trent’anni. Sempre quest’anno, ieri per la precisione, Anna Kiesenhofer ha vinto la medaglia d’oro nella gara di ciclismo su strada alle Olimpiadi di Tokio. L’Austria non vinceva una medaglia d’oro olimpica dal 2004 e nel ciclismo dal 1896. Da ieri Anna Kiesenhofer è diventata la cittadina più illustre nella storia del piccolo villaggio di Niederkreuzstetten. A chi le ha chiesto che cosa cambierà questo nella sua vita ha risposto:

Vediamo. Non lo so. Penso che il cambiamento principale potrebbe essere in realtà in me stessa, nel mio carattere. Questo risultato mi darà molta fiducia in me stessa. Non sono ancora sicura di cosa cambierà all’esterno. Manterrò il mio lavoro, continuerò a correre come facevo prima di questa vittoria. Naturalmente, in termini di fiducia in me stessa mi ha reso un’altra persona, penso.

Anna è scattata al chilometro zero della corsa. Una mossa da perfetta outsider, quei cacciatori di gloria effimera che vanno in fuga all’inizio, e che il gruppo lascia sfogare, a cui si lascia spazio per mettersi in mostra intanto che i favoriti scaldano la gamba. E che non turbano più di tanto né il gruppo, né chi siede in ammiraglia. Tanto poi quando inizia la corsa vera il gruppo li riassorbe senza accorgersene, e della loro fuga rimangono, se va bene, due righe in cronaca. Un copione già visto mille volte. Ma a lasciar fare troppo, a sottovalutarle, a volte queste fughe apparentemente innocue si trasformano in fughe-bidone. Qualche volta uno o più fuggitivi non vengono ripresi, magari annaspano e sembrano sul punto di annegare ma riescono a rimanere fino alla fine a galla là davanti, sino a beffare il gruppo e a vincere la corsa, magari di pochi metri. Di solito però, non succede.

Anna non aveva compagne di squadra ieri. Era partita da sola. Correva da sola. Come gli indipendenti, che si presentavano una volta al Giro d’Italia senza squadra e per cui esisteva anche una classifica apposita. Altri tempi. Ma lei ci è abituata, a far da sola, ma soprattutto a fare a modo suo. A non far girare solo i pedali ma anche la testa: si prepara da sola i programmi di allenamento, sceglie l’attrezzatura, pianifica in prima persona alimentazione e tattica di gara, ha imparato a capire di chi può fidarsi e di chi no:

Ormai ho trent’anni, e ho cominciato a rendermi conto che tutte quelle persone che dicono di sapere, in realtà non sanno. Molti di loro non sanno, e soprattutto quelli che dicono di sapere, non sanno, perché quelli che sanno dicono di non sapere.

Non è cresciuta nel ciclismo, Anna. Non ha fatto tutta la trafila delle categorie giovanili, per intenderci. Pur amando lo sport sin da ragazzina, ha iniziato a gareggiare nelle corse a piedi, nel triathlon e nel duathlon a vent’anni, nel 2011. Si è innamorata definitivamente della bici nel 2014, quando un infortunio l’ha costretta a prendersi una lunga pausa dalla corsa. Dopo aver ottenuto nel 2016 la vittoria della Copa de España in Spagna, una tappa e il secondo posto in classifica nella gara a tappe Tour de l’Ardeche in Francia e il 2° posto ai Campionati Nazionali a Cronometro, arrivò per il 2017 l’ingaggio dal team professionistico femminile Lotto-Soudal Ladies, ma stava completando il suo PhD e quella nel mondo professionistico rimase un’esperienza di breve durata. Tornò a correre da dilettante nel 2019 vincendo i Campionati Nazionali Austriaci su strada e a Cronometro e piazzandosi al 5° posto ai Campionati Europei e al 20° ai Campionati Mondiali, sempre a Cronometro. Nel 2020 e 2021 si è ripetuta vincendo i Campionati Nazionali a Cronometro.

A Tokio quando è scattata l’hanno seguita quattro compagne di avventura, Anna Plichta (Polonia), Carla Oberholzer (Repubblica Sudafricana), Vera Looser (Namibia) e Omer Shapira (Israele). I chilometri e la fatica hanno sfoltito il gruppetto, e ai -40 dall’arrivo Anna si è scrollata di dosso le ultime due, Plichta e Shapira. E ha continuato da sola. Restava da fare ancora solo una cronometro di 40 km. Che poi è quello che le riesce meglio. Del resto aveva programmato di attaccare all’inizio, anche perché in mezzo al gruppo non si trova proprio a suo agio. Tutto stava procedendo secondo i piani.

Anche se sulla carta sono una dilettante, il ciclismo occupa molto spazio nella mia vita. Per l’ultimo anno e mezzo, sono stata completamente concentrata sulla giornata di oggi.

Nei suoi piani un buon risultato sarebbe stato un 25° posto. Una vittoria, è un risultato straordinario. Reshma Saujani, la fondatrice dell’associazione girlswhocode, che mira ad aumentare il numero di donne nell’informatica e colmare la differenza occupazionale di genere nella tecnologia, in un suo apprezzato TED Talk di qualche anno fa ha detto:

“Stiamo crescendo le nostre ragazze per essere perfette, e i nostri ragazzi per essere coraggiosi. Nella nostra economia e nella nostra società non educhiamo le nostre ragazze ad essere coraggiose. La mancanza di coraggio è la causa per cui le donne sono sottorappresentate nelle STEM, nelle stanze del potere, nelle riunioni, al Congresso, e più o meno ovunque. Così nel 2012, ho fondato un’associazione per insegnare alle ragazze il coding, la programmazione. E ho scoperto che mentre gli insegnavo a programmare gli stavo insegnando a essere socialmente coraggiose. La programmazione è un processo continuo di tentativi ed errori, è inserire il comando giusto nel punto giusto. A volte è solo un punto e virgola a fare la differenza tra successo e fallimento. Il codice si disfa e si rifà da capo, e richiede molti tentativi, fino a quel momento magico in cui quello che si cercava di ottenere diviene realtà. Richiede perseveranza. Richiede imperfezione”.

Forse allora anche correre in bicicletta è un po’ come programmare, è un continuo fare tentativi fino a riuscire a piazzare la mossa giusta al momento giusto, e a raggiungere il risultato voluto. O forse no. Ma sicuramente ieri Anna Kiesenhofer è stata molto, molto coraggiosa. Su questo non ci sono dubbi. E oggi, sulla home page della EPFL, la Scuola Politecnica Federale di Losanna c’è la sua figura esile in maglia biancorossa, la testa leggermente inclinata da un lato, a braccia alzate sul traguardo, e il titolo: una scienziata dell’EPFL vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi.

Il ciclista con la maglia della Polti

Giuseppe usciva tutti i giorni con la sua bicicletta da corsa. Partiva al mattino e rientrava prima di mezzogiorno. Di solito verso le undici, undici e trenta, era a casa. Lo riconoscevi, Giuseppe, perché indossava sempre una calzamaglia nera. Estate o inverno non faceva differenza, lui aveva sempre la sua calzamaglia.

Io lo conoscevo appena, Giuseppe. Solo di vista. Lo vedevo sempre attraversare il quartiere, quando partiva e sfrecciava veloce in discesa, oppure quando rientrava e percorreva un breve tratto sul marciapiede, prima di svoltare nella via dove abitava. Così evitava di doversi fermare ad aspettare in salita in mezzo alla strada, tra le auto che sfrecciavano, quando gli capitava di trovare il semaforo rosso.

Tutti noi ciclisti abbiamo una maglia preferita. Magari è una maglia vecchia, a cui è legato qualche ricordo, di una persona, di una squadra, di una corsa. Magari ce l’abbiamo ancora in un cassetto, e ci piace indossarla ogni tanto, in qualche occasione speciale.

Giuseppe quando usciva in bici indossava sempre una vecchia maglia, sgargiante ed eccessiva come solo una maglia anni Novanta può essere, quella gialla con le striature verdi del Team Polti. Non so se ne avesse molte, tutte uguali, ma sicuramente doveva averne almeno una versione estiva e una invernale. Perché non credo proprio di averlo mai visto con un’altra maglia. Quella maglia, sempre immancabilmente uguale a se stessa, era diventata il suo costume da ciclista. Lo chiamavamo il ciclista con la maglia della Polti.

Se penso a quella maglia a me la prima cosa che viene in mente, oltre a Giuseppe, è la volata di Gianni Bugno al Fiandre del 1994, quella in cui si fa quasi rimontare da Museeuw e la vittoria gli viene convalidata solo dopo una lunga analisi del fotofinish. Ma Giuseppe abitava a Lugano. Bugno, che in Svizzera ci è nato solo per caso e poi a Brugg, ben oltre il Gottardo, non so se gli sia mai piaciuto.

È più probabile invece che quella maglia gialloverde fosse un omaggio a Mauro Gianetti, il suo concittadino che con quei colori aveva centrato nel 1995 due vittorie tardive all’Amstel Gold Race e alla Liegi-Bastogne-Liegi, e l’anno dopo, ancora in forze allo stesso team, anche se rivestito per l’occasione dei colori rossocrociati, il secondo posto dietro Museeuw al mondiale corso proprio a Lugano, sulle strade di Giuseppe.

Ogni tanto mi capitava di vederlo anche quando ero in giro per lavoro, e la sua inconfondibile figura gialla, ormai diventata familiare, riusciva sempre a strapparmi, anche da lontano, un sorriso. Lui non lo sapeva, ma mi faceva compagnia, Giuseppe. Era bello saperlo in Giro a pedalare. Sapere che anche quando non potevo uscire per qualche impegno, lui invece la sua sgambata mattutina se l’era fatta. Nei giorni in cui si affacciava un po’ di stanchezza o di pigrizia, vederlo puntualmente passare mi dava la carica che mancava per inforcare la bicicletta e uscire.

In bici esco in genere sfruttando la pausa pranzo, quando lui era già rientrato, e quindi non capitava mai di pedalare insieme. L’ho incontrato solo una volta, in cui forse per qualche motivo era in ritardo, o semplicemente era uscito dopo il suo orario consueto. Allora abbiamo fatto un tratto insieme, con la confidenza che si instaura subito tra compagni di strada, e scambiato qualche battuta.

Parlava in dialetto, Giuseppe. E in dialetto aveva anche imprecato, contro un automobilista che ci aveva sorpassato passandoci secondo lui un po’ troppo vicino. Aveva un colpo di pedale guizzante e arzillo. Ti dava l’impressione di uno che non molla facilmente, neanche in salita, e non si cura affatto degli anni che si porta sulle spalle. Ma in fondo tutti i ciclisti sono cosi. Altrimenti non sarebbero ciclisti, farebbero qualcos’altro.

Aveva sessantaquattro anni, Giuseppe. L’altro giorno, non si è svegliato. Pare che non sia stata colpa del coronavirus. Che pure se ne sta portando via tanti, troppi. Semplicemente, il suo cuore di ciclista si è fermato. Purtroppo, quando torneremo alla nuova normalità che ci aspetta, Giuseppe non sarà con noi. Non lo vedremo più attraversare il quartiere in bicicletta. Ci mancherà, lui e la sua maglia gialla del Team Polti. E ci sentiremo sicuramente un po’ più soli.

 

Forse anche Dio voleva un tuo telaio.

Lo so. Lo dicevi da un pezzo che ti volevi ritirare. Ma nessuno avrebbe voluto che ti ritirassi. Nessuno era pronto a fare a meno di te. Ti ho incontrato la prima volta al Salone del Ciclo di Milano, nel 1997. Dopo aver fatto indigestione di telai in alluminio tutti con i cordoni di saldatura limati a rendere il più possibile liscia e invisibile la transizione tra i tubi, sono capitato nel tuo minuscolo stand.

Un nome sconosciuto. E questo chi è? Quattro o cinque biciclette da corsa in esposizione, magari con la sella pitonata o pelosa, e il telaio in acciaio, dai tubi rigorosamente tondi e i cordoni di saldatura – piccoli e perfetti – che si intravedevano sotto la vernice. Allora ti ho chiesto il perché. Il perché di quei telai diversi da tutti gli altri intorno. Avresti potuto liquidarmi con una risposta qualsiasi. Invece me l’hai spiegato.

Con i tuoi telai, avrei scoperto dopo, anche se con un altro nome scritto sopra, erano già state vinte corse importanti, mica intorno al campanile del paese. No, Giri d’Italia, Tour de France. L’hai spiegato a me, un ragazzino mai visto prima che non capiva molto di biciclette e aveva scritto in faccia che non aveva in tasca i soldi per comprarsene una. Hai spiegato a me perché tu facevi le biciclette proprio così, proprio in quel modo lì.

Eri un uomo di passione, di passioni. Passione per la bicicletta, passione per il tuo lavoro. Passione per le cose fatte bene, fatte in modo rigoroso, fatte come si devono fare. Senza scorciatoie e senza far cagade. Passione per le cose belle, per la musica, l’arte, l’architettura, il design. Ma anche passione per il cibo, il vino, il fumo, il caffè. In una parola, passione per la vita.

Quella volta a Milano dopo la chiacchierata ti ho chiesto se avevi un catalogo da darmi. E me l’hai dato e il tuo catalogo era una cartellina bianca con sopra una foto in bianco e nero di te in officina che saldavi, e dentro, pinzati insieme, tre fogli fotocopiati con la descrizione tecnica dei tuoi telai, a parole, senza foto. Quella cartellina con i tre fogli pinzati l’ho conservata. Ce l’ho ancora.

Poi ci siamo rivisti altre volte. Oggi che non ci sei più, penso, troppo poche. Mi ricordo una volta che sono stato da te a Caldonazzo, con alcuni amici. Siamo venuti a vedere da vicino come costruivi i tuoi telai. Tre sconosciuti. Ci hai ospitato a casa tua. Vitto, alloggio, e brasatura. E storie. Storie fantastiche di uomini e biciclette. Ti ho portato un disegno dedicato a Mario Confente, uno che ti aveva costruito un telaio quando correvi da ragazzo. E mi hai detto, questo lo metto a casa, mica in officina.

Mi ricordo una volta che sono venuto ad ascoltarti, di nuovo a Milano. Eri già conosciuto, quasi famoso, e c’era un sacco di gente intorno, e ci siamo salutati un po’ di fretta. Anche quella volta ti ho portato un disegno. In officina non l’ho visto. Forse hai messo a casa anche quello.

La bicicletta, quella invece me l’hai fatta vent’anni dopo. Il telaio giusto, quello che hai deciso tu, del colore che ti avevo chiesto io, anche se dentro di te pensavi che non fosse proprio una grande idea. Ma poi alla fine hai detto che era venuta niente male. E ho pensato che se dicevi così forse in fondo ti piaceva davvero.

L’abbiamo montata con i pezzi, tutti sbagliati, che avevo portato io. Abbiamo parlato poco di biciclette e tanto di tutt’altro. Abbiamo mangiato pane, salame e formaggio e aperto un paio di bottiglie di rosso tutti insieme in officina. E’ stata una bella giornata.

Ora te ne sei andato. Forse era ora. Forse era giusto cosi’. Forse è stato il tuo modo per ritirarti. O forse eri diventato troppo famoso e anche Dio voleva un tuo telaio. E non è tanto abituato ad aspettare. E allora faglielo, sto ultimo telar. Ma non farti intimidire, fagli quello che vuoi tu. Non farti influenzare, che lui non ne capisce niente di ‘ste robe. Dopo, riposati.

 

Il disegno è ispirato alla copertina del catalogo Pegoretti del 1997.
Il testo riportato sul disegno è la prefazione contenuta nel catalogo Pegoretti del 2006.
La foto l’ha scattata Dario nel 2016.

Coincidenze

Tutti sanno che una cosa è impossibile.
Poi arriva uno che non lo sa e la fa.

L’ultimo che mi ricordi di aver visto vincere un Giro d’Italia, una Milano-Sanremo e un Giro delle Fiandre nella stessa carriera, nell’arco della stessa vita sportiva, si chiama Gianni Bugno. Gianni Bugno vinceva a modo suo, con disinvoltura e apparente distacco, spesso quasi senza accorgersene, come se a vincere fosse un altro. O almeno a noi che lo guardavamo, dava quest’impressione.

Ogni tanto poi rischiava anche di perdere, e alla grande, proprio come al Giro delle Fiandre del 1994, dove con una delle sue volate pulite e composte, una progressione in cui la bicicletta quasi nemmeno sbandava, riesce a mettere in fila il gruppetto con cui ha condiviso la fuga buona. Lui che non ama la pioggia né tantomeno il pavé sta battendo tre formidabili cacciatori di classiche del Nord, tre bestie da pavé come Museeuw, Tchmile e Ballerini.

Quella volta è proprio convinto di avercela fatta, alza le braccia per godersi il trionfo e Museeuw, in piena rimonta, per un soffio non lo passa sulla linea. L’esito della volata è incerto e trascorrono alcuni minuti lunghissimi, con Gianni che si aggira nella livrea gialloverde del Team Polti con il cuore in gola e sguardo perso nel vuoto, e noi con lui, fino a che la giuria non ufficializza l’ordine d’arrivo e conferma il suo primo posto.

Quest’anno al Giro delle Fiandre debutta Vincenzo Nibali. Anche lui il Giro d’Italia lo ha già vinto, per due volte. E qualche settimana fa, per la prima volta e contro ogni pronostico, si è inventato una vittoria impossibile alla Milano-Sanremo, rubando una decina di secondi ai rivali, tra cui tutti i favoriti di giornata, con uno scatto quasi improvvisato sul Poggio, e resistendo poi a denti stretti fino sulla linea al ritorno famelico del gruppo lanciato al suo inseguimento.

La fuga di Bugno alla Sanremo del 1990 era stata piu’ lunga, era partito a circa trenta chilometri dall’arrivo, ma poi molto simile nella parte finale, quando aveva scollinato anche lui con una decina di secondi sul Poggio, per conservarne 4 all’arrivo sui piu’ brillanti tra gli inseguitori.

Al Fiandre serve esperienza, oltre che classe, forza e resistenza. Secondo la logica, praticamente impossibile andare a segno al debutto in una corsa cosi’ difficile. 
Ma quest’anno il Fiandre si corre domenica 1° Aprile. Ed è anche il giorno di Pasqua. Proprio come nel 1994.

Marco

Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole,
di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai
banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono
simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”.

Jack Kerouac

 

Perché Marco ci manca ancora. Ci manca sempre. Ci manca come tutti quelli che se ne sono andati troppo presto. O troppo in fretta. Senza che ci sia stato il tempo di abbracciarsi. Di salutarsi. Di capire. Di pensare.

Ci mancano le sue sparate, i suoi affondi in salita, in piedi sui pedali, le mani basse sul manubrio. Ci manca quella macchia gialla che risale impazzita la montagna danzando lungo la striscia grigia dell’asfalto, con il gruppo sgretolato che scivola inesorabilmente indietro. Ci manca quell’omino con la testa rasata che pedala con il cuore in gola. E noi con lui.

Ci mancano le sue imprese. Montecampione, il Mortirolo, Oropa, il Galibier, il Plateau de Beille, l’Alpe d’Huez, Courchevel. Le sue leggende, i suoi gesti. La bandana, i pantaloncini senza fondello, il brillantino al naso lanciato via sulla salita. Ma ci mancano anche la sua Romagna e il suo Carpegna. Ci manca Cesenatico, e il Porto Canale, e il mare, e la spiaggia e anche la piadina.

Ci manca quella bicicletta d’alluminio gialla e celeste, con la scritta Bianchi in blu, la stessa Bianchi che era stata prima di Coppi e poi di Gimondi. Ci mancano le ruote Shamal d’alluminio che sparpagliavano lame di luce nel cielo, quegli assurdi tubolari gialli da 18mm, e l’improponibile cassetta pignoni con la scala rapporti 11-21.

Insomma, ci manca tutto. Su Marco è stato detto e scritto tanto, a volte anche a sproposito. Uno dei libri che ci è piaciuto di piu’ e Pantani era un Dio, di Marco Pastonesi, uscito qualche anno fa, in cui la sua vicenda è affidata al racconto corale di chi gli è stato vicino, direttori sportivi, amici, ma soprattutto i compagni di squadra, i suoi gregari, da sempre cari a Pastonesi. Dal racconto di una uscita di allenamento di uno dei suoi compagni (Marco della Vedova, con Pantani nel 2002):

Come corridore, il Panta è un grande. Un giorno, a Marbella, in Spagna, partiamo io e il Brigno (Ermanno Brignoli, con Pantani dal 1999 al 2002, ndr) a buon passo, 38 all’ora. Dopo una decina di chilometri che si pedala senza dire una sola parola, il Panta fa: «Ma cominciamo a fare sul serio?». Noi rispondiamo: «Marco, piu di cosí». Allora lui risponde: «Ok, tolgo la mantellina e ci penso io». Si spoglia – la mantellina serve solo per il riscaldamento – e si mette a menare, davanti, fino a Gibilterra, ai 45-50 all’ora per 80 chilometri, senza mai voltarsi, in mezzo al traffico come un pazzo. E arrivati al giro di boa, in cima a uno strappo, si ferma e mi chiede: «Mi sembra che vado, no?». Noi, finiti marci: «Possiamo tornare un po’ piu’ regolari?». Insomma, il Panta è il tipo che va a dormire alle tre di notte dopo averne combinate di tutti i colori e la mattina dopo ti porta in giro dall’inizio alla fine.

Ciao, Marco.

Penel 2017 cycling jersey

Beh, ci voleva. Dopo qualche anno abbiamo ridisegnato la maglia per lOsteria Penel di Lugano, dove la passione per la bicicletta è pari a quella per il buon vino e il buon cibo. E questa volta la maglia trasuda “swissness” da ogni fibra. La nuova maglia è dedicata all’indimenticato “pédaleur de charme“, il campione zurighese Hugo Koblet, il cui proverbiale pettine spunta da una delle tasche posteriori, e al Ticino, meravigliosa regione che oltre ad essere un paradiso per chi pedala ed è capace di regalare ottime soddisfazioni anche agli amanti il vino. Se poi vi piacciono tutte e due le cose, beh, non potrete fare a meno di farci un salto. Anche questa volta ringraziamo biciclista.it per la collaborazione.

www.osteriapenel.ch

graphic design: ciclisucarta.it
produzione: biciclista.it

Andà mia regular

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Ci incontriamo sulla vecchia statale Regina, che risale il lago di Como dal versante di Menaggio. Una domenica mattina sul presto, quando in giro siamo ancora in pochi. E’ piccolino, magro, leggero. Le mani in presa bassa, la pedalata nervosa. La sua bicicletta è una De Rosa Merak con il telaio in alluminio dalla livrea nera e azzurra identica a quella in dotazione alla Vini Caldirola tra la fine anni novanta e inizio dei duemila, il gruppo Campagnolo ancora tutto in alluminio. La bici sarà anche vecchia ma è tenuta perfettamente, la catena pulita, i pignoni che luccicano ai primi raggi del sole.

Siamo usciti entrambi da soli e ci ritroviamo per un tratto a pedalare insieme. La strada che costeggia il lago è un continuo saliscendi e la catena si sposta di continuo da un pignone all’altro per adeguare il rapporto alla pendenza. Il mio compagno improvvisato pedala bene. E’ irrequieto, cerca continuamente il fuorigiri, la frequenza di pedalata elevata, salta via gli strappetti che il percorso ci offre in pasto di continuo sempre rigorosamente in fuorisella, in piedi sui pedali. Ha un colpo di pedale agile e guizzante che difficilmente si improvvisa, che tradisce anni di esperienza e di corse.

Allora glielo chiedo, se faceva il corridore, e mi risponde di si, ma ha smesso ormai una decina di anni fa. La bici è rimasta quella di allora, non è un vezzo vintage. Come non lo sono l’abbigliamento, quel buffo casco giallo Rudy Project con la visiera sulla nuca o gli occhiali Briko Stinger che fanno tanto Cipollini e Pantani. Per lui niente completi retro-chic, niente GPS, niente misuratori di potenza. Oggi scappa via in bicicletta ogni volta che ha un po’ tempo, ma poco, troppo poco, giusto tre o quattro volte al mese. E ogni volta è come ricominciare daccapo, gli manca l’allenamento continuato, la tenuta sulla distanza, la potenza.

Ma l’istinto del corridore no, quello non lo perdi, e infatti quello gli è rimasto. Come sale in sella è un cavallo che morde il freno. Ogni volta è un’ora, un’ora e mezza di “libera uscita” sempre a tutta, a caccia di emozioni o, se preferite, di endorfine. A gustarsi a ogni metro di strada la sensazione della velocità, del proprio corpo che scivola nell’aria frullando sui pedali.

Scolliniamo dopo una breve rampetta fatta in apnea, non smettiamo per un istante di pedalare, la catena è subito giu’ sul dodici, scivoliamo dentro la brezza leggera che viene dal lago, la velocità schizza sopra i cinquanta. Non riesco a trattenere un sorriso. Facciamo un tratto a tutta senza parlare, col naso sul manubrio, poi la strada inizia a salire di nuovo. “Vedi”, mi dice allora, “mi manca potenza, dopo uno scatto cosi’ questa rampa si dovrebbe fare di slancio, col cinquantatrè, ora invece è solo istinto, ma comunque va bene cosi’, l’importante… l’è andà mia regular.”

A tribute to Dario Pegoretti

dariopegoretti ciclisucartaDario Pegoretti è da anni uno degli artigiani telaisti piu’ apprezzati nel mondo. Costruisce biciclette pensate per andare veloce ma che non mancano di stupire per la loro bellezza e originalità, che hanno vinto corse professionistiche importanti ma anche premi di design e si sono guadagnate le vetrine dei musei. La settimana scorsa Dario è passato da Milano per una chiacchierata sull’arte di costruire le biciclette che si è tenuta nei locali di Upcycle Café. Nonostante sia passato molto tempo, abbiamo rivisto l’uomo genuino e appassionato del suo lavoro che avevamo conosciuto in una visita alla sua officina ormai quasi dieci anni fa. Con l’occasione riproponiamo qui il testo a suo tempo dedicatogli e apparso sulla vecchia versione di ciclisucarta.it, accompagnato da un nuovo lavoro grafico.

Souvenir da Caldonazzo

25.4/28.6/28.6. Sono i diametri dei tubi: orizzontale, piantone, obliquo. Le misure classiche. Il 90/60/90 delle biciclette. Tubi magri e tondi di acciaio tagliati, sgolati, infilati nelle congiunzioni e saldati. O meglio, brasati. Già perché all’inizio, prima dell’avvento del cannello, per saldarli li cuocevano davvero sulle braci. Preistoria, direte voi. Preistoria o no, negli anni ’70 e ’80 le bici le facevano così. E venivano piuttosto bene. Dalle parti di Varese c’era una ditta che produceva le migliori congiunzioni in lamiera stampata e tra Lombardia e Veneto c’erano un sacco di laboratori in cui abili artigiani erano indaffarati a costruire telai a ritmi serrati. E non pensate ai soliti nomi. La maggior parte dei telaisti costruiva infatti soprattutto per altri, per i più grossi, in conto terzi. Lavoravano nell’ombra, erano il serbatoio cui attingevano le case che già godevano di maggior fortuna, che erano riuscite a imporre il proprio marchio grazie alle sponsorizzazioni o a qualche azzeccata idea imprenditoriale che non si chiamava ancora marketing. Era la scuola telaistica italiana. O, se preferite, erano i taiwanesi di una volta. Comunque, a imparare da noi arrivavano fino dagli Stati Uniti e dal Giappone. C’era grande passione, creatività, quella vera, e la qualità era molto elevata. Molti erano in gamba, qualcuno magari si arrangiava, qualcuno era addirittura brillante, ma non sempre ebbe il maggior successo commerciale.

Dario Pegoretti fa il telaista da quasi trentacinque anni. E’ stato allievo di Luigino Milani, uno dei migliori. Attivo a Verona sino agli inizi del ’90, gran talento nell’organizzare il lavoro, nell’inventarsi sistemi ed utensili per renderlo più snello e veloce, tanto che con quindici dipendenti riusciva a sfornare duecento telai al mese. Poco conosciuto al grande pubblico, anche lui lavorava molto come terzista, e per i marchi migliori. Quando la Milani Cicli chiude Dario Pegoretti si mette in proprio. Prima a Illasi, poi a Levico Terme e da qualche anno a Caldonazzo. Gli inizi non sono facili, ma Dario ha capacità, esperienza, e passione da vendere. E’ uno dei primi a sperimentare con la saldatura a TIG, quando ancora nessuno sa nemmeno da che parte cominciare. Collabora con le aziende più importanti e getta le basi di quella fama che lo porterà in breve a costruire i telai destinati ai corridori professionisti. La sua mano diventa richiesta. A quei tempi sono in pochi a saperlo ma molti dei migliori corridori degli anni ’90 corrono e vincono con i suoi telai. Nel ’97 inizia a firmare i telai con il suo nome e oggi è uno dei pochissimi telaisti rimasti in Italia. Costruisce telai da strada e da pista eccezionali. Il paradosso è che li vende quasi esclusivamente all’estero. Già, perché noi italiani siamo un po’ strani. Anzi, parecchio. Pensate che una volta un cliente gli ha ordinato un telaio e gli ha chiesto se poteva firmarlo con il nome di un altro costruttore…

Sulla copertina di un catalogo di qualche anno fa, Dario citava Mies van der Rohe: “La forma non è il fine ma il risultato del nostro lavoro”. Si è dato poche, semplici regole: ottenere il miglior prodotto possibile in termini di prestazioni e di affidabilità. Lo sguardo è sempre rivolto alle competizioni. E la forma ha sempre una radice tecnica. Come se fosse l’unica possibile. Come nel caso della scelta dei tubi rotondi, il miglior compromesso tra rigidità laterale e resistenza alla torsione. Il designer Enzo Mari ha scritto: “Una forma per me è buona quando è…quando ai più sembra troppo povera…Dunque quando non sembra, e per non «sembrare» deve corrispondere alla sostanza delle cose.” Chissà, forse Mari e Pegoretti andrebbero d’accordo. Oggi a Caldonazzo lavorano in tre. Dario, Pietro e Zoran. Un telaio Pegoretti è un prodotto autenticamente artigianale. Forse uno dei pochi rimasti. Tutto il processo è eseguito manualmente con la massima cura: dal taglio dei tubi alla verniciatura. Dario poi va anche oltre: studia le grafiche, si disegna da solo i cataloghi…

Assistere alla costruzione di un telaio nell’officina di Dario è un’esperienza affascinante. Una di quelle che mentre la vivi ti senti felice anche perché pensavi che ormai non ci fosse più in giro niente del genere. E’ un modello saldamente acquisito, ripetuto e tramandato nel tempo che ti si dispiega davanti attraverso gesti precisi che l’esperienza ha reso semplici e naturali. Dario è uomo concreto e come tale è incline a smitizzare, a riportare le cose alla loro giusta dimensione. Non si stanca di ripeterti che la bici è un oggetto semplice, “e’ una bici, mica un aeroplano”, e che costruire un telaio “è un lavoro che si fa a occhio”. Semplici sono inevitabilmente anche gli strumenti che usa per costruirla, che lui chiama familiarmente “tòchi de fèro”, ma che in realtà sono utensili bellissimi, quasi tutti autocostruiti, che ti colpiscono per la loro essenzialità e intelligenza. Non so quanti telai ci siano in giro in cui la scatola del movimento è stata saldata sulle note dei Pink Floyd, i forcellini posteriori su quelle di John Coltrane e il nodo sella con il Bolero di Ravel come sottofondo. A Caldonazzo succede spesso. Anzi, se vi venisse da chiedervi come mai la musica si sente così bene in officina è perché Dario ci tiene particolarmente e per non sbagliare si costruisce da solo casse ed amplificatore…