Marco

Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole,
di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai
banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono
simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”.

Jack Kerouac

 

Perché Marco ci manca ancora. Ci manca sempre. Ci manca come tutti quelli che se ne sono andati troppo presto. O troppo in fretta. Senza che ci sia stato il tempo di abbracciarsi. Di salutarsi. Di capire. Di pensare.

Ci mancano le sue sparate, i suoi affondi in salita, in piedi sui pedali, le mani basse sul manubrio. Ci manca quella macchia gialla che risale impazzita la montagna danzando lungo la striscia grigia dell’asfalto, con il gruppo sgretolato che scivola inesorabilmente indietro. Ci manca quell’omino con la testa rasata che pedala con il cuore in gola. E noi con lui.

Ci mancano le sue imprese. Montecampione, il Mortirolo, Oropa, il Galibier, il Plateau de Beille, l’Alpe d’Huez, Courchevel. Le sue leggende, i suoi gesti. La bandana, i pantaloncini senza fondello, il brillantino al naso lanciato via sulla salita. Ma ci mancano anche la sua Romagna e il suo Carpegna. Ci manca Cesenatico, e il Porto Canale, e il mare, e la spiaggia e anche la piadina.

Ci manca quella bicicletta d’alluminio gialla e celeste, con la scritta Bianchi in blu, la stessa Bianchi che era stata prima di Coppi e poi di Gimondi. Ci mancano le ruote Shamal d’alluminio che sparpagliavano lame di luce nel cielo, quegli assurdi tubolari gialli da 18mm, e l’improponibile cassetta pignoni con la scala rapporti 11-21.

Insomma, ci manca tutto. Su Marco è stato detto e scritto tanto, a volte anche a sproposito. Uno dei libri che ci è piaciuto di piu’ e Pantani era un Dio, di Marco Pastonesi, uscito qualche anno fa, in cui la sua vicenda è affidata al racconto corale di chi gli è stato vicino, direttori sportivi, amici, ma soprattutto i compagni di squadra, i suoi gregari, da sempre cari a Pastonesi. Dal racconto di una uscita di allenamento di uno dei suoi compagni (Marco della Vedova, con Pantani nel 2002):

Come corridore, il Panta è un grande. Un giorno, a Marbella, in Spagna, partiamo io e il Brigno (Ermanno Brignoli, con Pantani dal 1999 al 2002, ndr) a buon passo, 38 all’ora. Dopo una decina di chilometri che si pedala senza dire una sola parola, il Panta fa: «Ma cominciamo a fare sul serio?». Noi rispondiamo: «Marco, piu di cosí». Allora lui risponde: «Ok, tolgo la mantellina e ci penso io». Si spoglia – la mantellina serve solo per il riscaldamento – e si mette a menare, davanti, fino a Gibilterra, ai 45-50 all’ora per 80 chilometri, senza mai voltarsi, in mezzo al traffico come un pazzo. E arrivati al giro di boa, in cima a uno strappo, si ferma e mi chiede: «Mi sembra che vado, no?». Noi, finiti marci: «Possiamo tornare un po’ piu’ regolari?». Insomma, il Panta è il tipo che va a dormire alle tre di notte dopo averne combinate di tutti i colori e la mattina dopo ti porta in giro dall’inizio alla fine.

Ciao, Marco.

C’était des grimpeurs

Equipe Born to Climb

Bella pagina del sito de l’Equipe Explore dedicata ai piu’ grandi scalatori della storia del ciclismo, con testo di Philippe Brunel disponibile in francese o in inglese e arricchita da foto, illustrazioni e video. Le illustrazioni sono di Hugues Micol.

 

Il suono della pioggia

lepre

Mi piace molto ascoltare la pioggia.
E’ un suono bellissimo.
Thích Nhất Hạnh

Continua a piovere. La pioggia fitta e sottile produce un leggerissimo ticchettio sulle mie spalle. La catena scorre con un ronzio quasi impercettibile, su tutto domina il rumore dell’aria che entra ed esce ritmicamente dai miei polmoni. Tutt’intorno c’è silenzio. Mentre salgo, pedalando lentamente, comincia ad albeggiare. Quando ho imboccato la salita, lasciandomi a destra la massa scura e luccicante del lago, era ancora buio pesto, ma dopo i primi tornanti, il canto di un gallo mi aveva annunciato il mattino imminente.

Sono assorto nel ritmo del mio respiro, nella cadenza monotona della pedalata. La visiera del cappellino si inzuppa lentamente di pioggia, fino a che una goccia si addensa sul bordo, mi oscilla per un po’ davanti agli occhi e poi cade e va a perdersi nel velo d’acqua che scivola sulla graniglia scura dell’asfalto.

A un tratto davanti a me sento un rumore improvviso, una sorta di piccolo tonfo, come se un frutto maturo fosse caduto sulla strada. Alzo gli occhi. A qualche metro di distanza, la sagoma di un animale si staglia a mezz’aria sullo sfondo d’asfalto. Il corpo è allungato, le zampe distese nello slancio, le lunghe orecchie scure tese all’indietro. E’ una lepre. Con un balzo sta attraversando l’intera carreggiata. Quella specie di tonfo che ho sentito erano le sue zampe che avevano toccato per un attimo l’asfalto per poi proiettarla in avanti. Sembra volare.

Per una frazione di secondo è come se tutto si fermasse, le mie gambe si arrestano, il respiro si interrompe. Il silenzio diventa assoluto. Sono fermo in mezzo alla strada in equilibrio sulla mia bicicletta a guardare questa creatura affascinante, immobile e sospesa nell’aria davanti a me. Di colpo allora diventa chiaro quello che sinora non riuscivo a capire, che se stamattina mi sono alzato dal letto e sono partito in bicicletta al buio sotto la pioggia, forse era proprio per potermi trovare qui in questo momento, per arrivare puntuale a questo incontro fugace e sorprendente.

La lepre riprende il suo volo, atterra sul ciglio della strada, poi con un paio di balzi scompare velocissima nell’erba alta. Per un tratto ne rivedo ancora spuntare le orecchie, due, tre volte, sempre piu’ lontane, poi piu’ nulla. Anch’io ora ho ripreso a muovermi. Vedo le mie gambe bagnate salire e scendere e sento di nuovo il suono delicato della pioggia.

Disegno di Lucy Willis.

Eddy Merckx by Horst Brozy

eddymerckx

Eddy Merckx in maglia gialla impegnato nella leggendaria 17ma tappa del Tour de France 1969, disputatasi il 15 luglio da Luchon a Mourenx Ville Nouvelle, ritratto dalla matita di Horst Brozy nel 2010.

Merckx aveva 24 anni ed era alla sua prima partecipazione al Tour. Vinse quel tappone pirenaico, lungo 214,5 km e che comprendeva la scalata di Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque dopo quasi 140km di fuga solitaria e con quasi 8 minuti di vantaggio sul secondo arrivato, Michele Dancelli.

Merckx era scattato a 200m dal GPM sul Tourmalet, e non era piu’ stato raggiunto, nonostante una crisi, come racconta egli stesso: “Io vado avanti, a testa bassa, quando comincio a sentire il peso della fatica. Le forze vengono meno, la testa comincia a girare, la vista si annebbia. Crisi, crisi nera. A 15 chilometri dall’arrivo, sfinito, mi rivolgo al mio direttore sportivo, Guillaume Driessens: «Sono morto, non ce la faccio più, non so nemmeno se ce la faccio ad arrivare fino in fondo». E lui: «Eddy, non mollare, gli altri sono lontani: sono più stanchi di te». Bevo qualcosa, mangio dello zucchero, ma le forze sono quelle che sono. Cerco di raccogliere dentro di me tutte le energie rimaste. La mia pedalata intanto si fa più pesante, goffa, poco redditizia, ma arrivo: sfinito. Dancelli, Poulidor e Pingeron, arriveranno con 7 minuti di distacco“.

Fu il primo dei cinque Tour vinti da Merckx, che in quell’edizione vinse altre quattro tappe e arrivo’ a Parigi con quasi 18 minuti di vantaggio su Roger Pingeon.

 

Brunate d’inverno

brunate

Ieri sono salito in bici a Brunate. La salita è di quelle dure, almeno per me, tanto che era un po' che me ne tenevo alla larga. Mi sono fermato alla Baita Carla, la prima che si incontra dopo la Capanna CAO, sopra San Maurizio. Piovigginava, le nubi erano basse e tranne qualche raro tratto in cui non c'era foschia, le rampe d'asfalto si infilavano nella bruma e si perdevano alla vista. Il panorama, dalla balconata della baita, era quello della foto qui sopra, con le montagne che sembrano galleggiare sulle nuvole. In discesa si gelava. Superfluo dire che non ho incontrato altri ciclisti…