Il coraggio di vincere le Olimpiadi


Dal 1903, quando Marie Curie ha vinto il Premio Nobel per la Medicina, solo 17 donne hanno vinto il Nobel in discipline scientifiche come Fisica, Chimica o Medicina. Gli altri 572 vincitori sono sempre stati uomini. Nel ricerca scientifica, le donne rappresentano oggi solamente circa il 30% del totale della popolazione mondiale dei ricercatori. Sono quasi delle infiltrate. È una disuguaglianza profonda, che ha le sue radici nei pregiudizi e nelle convenzioni sociali che spesso frenano molte ragazze nell’intraprendere una carriera nelle cosiddette discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), in cui le donne continuano ad essere sottorappresentate.

Anche se esistono oggi associazioni e iniziative, anche istituzionali, mirate a colmare questo gender gap, la strada da percorrere è ancora lunga. Nonostante nella scuola primaria più della metà delle bambine dimostrino interesse e propensione per le materie dell’area STEM, durante l’adolescenza e lungo il percorso che porta fino all’università la maggior parte finiscono per allontanarsene. Tra le cause il condizionamento degli adulti, che pensano che siano meno portate dei maschi per queste discipline e quindi non le incoraggiano a intraprendere queste carriere, e la mancanza di modelli a cui ispirarsi.

Questo non è stato certamente il caso di Anna Kiesenhofer. Anna è una ragazza austriaca, nata a Niederkreuzstetten, modesta frazione che conta meno di mille abitanti di Kreuzstetten, distretto di Mistelbach, regione del Niederösterreich. Un paesino disperso nella campagna a una quarantina di chilometri a nord di Vienna. Proprio nella capitale austriaca Anna ha studiato all’Università, e ha conseguito un BS in Matematica per la Scienza e Tecnologia e uno in Fisica Tecnica, entrambi con lode e borsa di studio. Nel 2011 si è spostata all’Università di Cambridge, dove ha ottenuto un MS, sempre in Matematica, sempre accompagnati da lode e borsa di studio. Da lì è andata a Barcellona, per conseguire il suo il PhD in Matematica Applicata, sempre con il massimo dei voti. Nel 2017 si è trasferita a Losanna, in Svizzera, dove lavora come ricercatrice post-dottorato alla EPFL, la Scuola Politecnica Federale, in un gruppo di lavoro che conduce ricerche sulle equazioni differenziali parziali non lineari che sorgono nella fisica matematica, e docente nei corsi di Analisi Matematica III e IV.

Oltre al tedesco, parla inglese, francese, spagnolo e un po’ di catalano. Quest’anno, il giorno di San Valentino, ha compiuto trent’anni. Sempre quest’anno, ieri per la precisione, Anna Kiesenhofer ha vinto la medaglia d’oro nella gara di ciclismo su strada alle Olimpiadi di Tokio. L’Austria non vinceva una medaglia d’oro olimpica dal 2004 e nel ciclismo dal 1896. Da ieri Anna Kiesenhofer è diventata la cittadina più illustre nella storia del piccolo villaggio di Niederkreuzstetten. A chi le ha chiesto che cosa cambierà questo nella sua vita ha risposto:

Vediamo. Non lo so. Penso che il cambiamento principale potrebbe essere in realtà in me stessa, nel mio carattere. Questo risultato mi darà molta fiducia in me stessa. Non sono ancora sicura di cosa cambierà all’esterno. Manterrò il mio lavoro, continuerò a correre come facevo prima di questa vittoria. Naturalmente, in termini di fiducia in me stessa mi ha reso un’altra persona, penso.

Anna è scattata al chilometro zero della corsa. Una mossa da perfetta outsider, quei cacciatori di gloria effimera che vanno in fuga all’inizio, e che il gruppo lascia sfogare, a cui si lascia spazio per mettersi in mostra intanto che i favoriti scaldano la gamba. E che non turbano più di tanto né il gruppo, né chi siede in ammiraglia. Tanto poi quando inizia la corsa vera il gruppo li riassorbe senza accorgersene, e della loro fuga rimangono, se va bene, due righe in cronaca. Un copione già visto mille volte. Ma a lasciar fare troppo, a sottovalutarle, a volte queste fughe apparentemente innocue si trasformano in fughe-bidone. Qualche volta uno o più fuggitivi non vengono ripresi, magari annaspano e sembrano sul punto di annegare ma riescono a rimanere fino alla fine a galla là davanti, sino a beffare il gruppo e a vincere la corsa, magari di pochi metri. Di solito però, non succede.

Anna non aveva compagne di squadra ieri. Era partita da sola. Correva da sola. Come gli indipendenti, che si presentavano una volta al Giro d’Italia senza squadra e per cui esisteva anche una classifica apposita. Altri tempi. Ma lei ci è abituata, a far da sola, ma soprattutto a fare a modo suo. A non far girare solo i pedali ma anche la testa: si prepara da sola i programmi di allenamento, sceglie l’attrezzatura, pianifica in prima persona alimentazione e tattica di gara, ha imparato a capire di chi può fidarsi e di chi no:

Ormai ho trent’anni, e ho cominciato a rendermi conto che tutte quelle persone che dicono di sapere, in realtà non sanno. Molti di loro non sanno, e soprattutto quelli che dicono di sapere, non sanno, perché quelli che sanno dicono di non sapere.

Non è cresciuta nel ciclismo, Anna. Non ha fatto tutta la trafila delle categorie giovanili, per intenderci. Pur amando lo sport sin da ragazzina, ha iniziato a gareggiare nelle corse a piedi, nel triathlon e nel duathlon a vent’anni, nel 2011. Si è innamorata definitivamente della bici nel 2014, quando un infortunio l’ha costretta a prendersi una lunga pausa dalla corsa. Dopo aver ottenuto nel 2016 la vittoria della Copa de España in Spagna, una tappa e il secondo posto in classifica nella gara a tappe Tour de l’Ardeche in Francia e il 2° posto ai Campionati Nazionali a Cronometro, arrivò per il 2017 l’ingaggio dal team professionistico femminile Lotto-Soudal Ladies, ma stava completando il suo PhD e quella nel mondo professionistico rimase un’esperienza di breve durata. Tornò a correre da dilettante nel 2019 vincendo i Campionati Nazionali Austriaci su strada e a Cronometro e piazzandosi al 5° posto ai Campionati Europei e al 20° ai Campionati Mondiali, sempre a Cronometro. Nel 2020 e 2021 si è ripetuta vincendo i Campionati Nazionali a Cronometro.

A Tokio quando è scattata l’hanno seguita quattro compagne di avventura, Anna Plichta (Polonia), Carla Oberholzer (Repubblica Sudafricana), Vera Looser (Namibia) e Omer Shapira (Israele). I chilometri e la fatica hanno sfoltito il gruppetto, e ai -40 dall’arrivo Anna si è scrollata di dosso le ultime due, Plichta e Shapira. E ha continuato da sola. Restava da fare ancora solo una cronometro di 40 km. Che poi è quello che le riesce meglio. Del resto aveva programmato di attaccare all’inizio, anche perché in mezzo al gruppo non si trova proprio a suo agio. Tutto stava procedendo secondo i piani.

Anche se sulla carta sono una dilettante, il ciclismo occupa molto spazio nella mia vita. Per l’ultimo anno e mezzo, sono stata completamente concentrata sulla giornata di oggi.

Nei suoi piani un buon risultato sarebbe stato un 25° posto. Una vittoria, è un risultato straordinario. Reshma Saujani, la fondatrice dell’associazione girlswhocode, che mira ad aumentare il numero di donne nell’informatica e colmare la differenza occupazionale di genere nella tecnologia, in un suo apprezzato TED Talk di qualche anno fa ha detto:

“Stiamo crescendo le nostre ragazze per essere perfette, e i nostri ragazzi per essere coraggiosi. Nella nostra economia e nella nostra società non educhiamo le nostre ragazze ad essere coraggiose. La mancanza di coraggio è la causa per cui le donne sono sottorappresentate nelle STEM, nelle stanze del potere, nelle riunioni, al Congresso, e più o meno ovunque. Così nel 2012, ho fondato un’associazione per insegnare alle ragazze il coding, la programmazione. E ho scoperto che mentre gli insegnavo a programmare gli stavo insegnando a essere socialmente coraggiose. La programmazione è un processo continuo di tentativi ed errori, è inserire il comando giusto nel punto giusto. A volte è solo un punto e virgola a fare la differenza tra successo e fallimento. Il codice si disfa e si rifà da capo, e richiede molti tentativi, fino a quel momento magico in cui quello che si cercava di ottenere diviene realtà. Richiede perseveranza. Richiede imperfezione”.

Forse allora anche correre in bicicletta è un po’ come programmare, è un continuo fare tentativi fino a riuscire a piazzare la mossa giusta al momento giusto, e a raggiungere il risultato voluto. O forse no. Ma sicuramente ieri Anna Kiesenhofer è stata molto, molto coraggiosa. Su questo non ci sono dubbi. E oggi, sulla home page della EPFL, la Scuola Politecnica Federale di Losanna c’è la sua figura esile in maglia biancorossa, la testa leggermente inclinata da un lato, a braccia alzate sul traguardo, e il titolo: una scienziata dell’EPFL vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi.