Il ciclista con la maglia della Polti

Giuseppe usciva tutti i giorni con la sua bicicletta da corsa. Partiva al mattino e rientrava prima di mezzogiorno. Di solito verso le undici, undici e trenta, era a casa. Lo riconoscevi, Giuseppe, perché indossava sempre una calzamaglia nera. Estate o inverno non faceva differenza, lui aveva sempre la sua calzamaglia.

Io lo conoscevo appena, Giuseppe. Solo di vista. Lo vedevo sempre attraversare il quartiere, quando partiva e sfrecciava veloce in discesa, oppure quando rientrava e percorreva un breve tratto sul marciapiede, prima di svoltare nella via dove abitava. Così evitava di doversi fermare ad aspettare in salita in mezzo alla strada, tra le auto che sfrecciavano, quando gli capitava di trovare il semaforo rosso.

Tutti noi ciclisti abbiamo una maglia preferita. Magari è una maglia vecchia, a cui è legato qualche ricordo, di una persona, di una squadra, di una corsa. Magari ce l’abbiamo ancora in un cassetto, e ci piace indossarla ogni tanto, in qualche occasione speciale.

Giuseppe quando usciva in bici indossava sempre una vecchia maglia, sgargiante ed eccessiva come solo una maglia anni Novanta può essere, quella gialla con le striature verdi del Team Polti. Non so se ne avesse molte, tutte uguali, ma sicuramente doveva averne almeno una versione estiva e una invernale. Perché non credo proprio di averlo mai visto con un’altra maglia. Quella maglia, sempre immancabilmente uguale a se stessa, era diventata il suo costume da ciclista. Lo chiamavamo il ciclista con la maglia della Polti.

Se penso a quella maglia a me la prima cosa che viene in mente, oltre a Giuseppe, è la volata di Gianni Bugno al Fiandre del 1994, quella in cui si fa quasi rimontare da Museeuw e la vittoria gli viene convalidata solo dopo una lunga analisi del fotofinish. Ma Giuseppe abitava a Lugano. Bugno, che in Svizzera ci è nato solo per caso e poi a Brugg, ben oltre il Gottardo, non so se gli sia mai piaciuto.

È più probabile invece che quella maglia gialloverde fosse un omaggio a Mauro Gianetti, il suo concittadino che con quei colori aveva centrato nel 1995 due vittorie tardive all’Amstel Gold Race e alla Liegi-Bastogne-Liegi, e l’anno dopo, ancora in forze allo stesso team, anche se rivestito per l’occasione dei colori rossocrociati, il secondo posto dietro Museeuw al mondiale corso proprio a Lugano, sulle strade di Giuseppe.

Ogni tanto mi capitava di vederlo anche quando ero in giro per lavoro, e la sua inconfondibile figura gialla, ormai diventata familiare, riusciva sempre a strapparmi, anche da lontano, un sorriso. Lui non lo sapeva, ma mi faceva compagnia, Giuseppe. Era bello saperlo in Giro a pedalare. Sapere che anche quando non potevo uscire per qualche impegno, lui invece la sua sgambata mattutina se l’era fatta. Nei giorni in cui si affacciava un po’ di stanchezza o di pigrizia, vederlo puntualmente passare mi dava la carica che mancava per inforcare la bicicletta e uscire.

In bici esco in genere sfruttando la pausa pranzo, quando lui era già rientrato, e quindi non capitava mai di pedalare insieme. L’ho incontrato solo una volta, in cui forse per qualche motivo era in ritardo, o semplicemente era uscito dopo il suo orario consueto. Allora abbiamo fatto un tratto insieme, con la confidenza che si instaura subito tra compagni di strada, e scambiato qualche battuta.

Parlava in dialetto, Giuseppe. E in dialetto aveva anche imprecato, contro un automobilista che ci aveva sorpassato passandoci secondo lui un po’ troppo vicino. Aveva un colpo di pedale guizzante e arzillo. Ti dava l’impressione di uno che non molla facilmente, neanche in salita, e non si cura affatto degli anni che si porta sulle spalle. Ma in fondo tutti i ciclisti sono cosi. Altrimenti non sarebbero ciclisti, farebbero qualcos’altro.

Aveva sessantaquattro anni, Giuseppe. L’altro giorno, non si è svegliato. Pare che non sia stata colpa del coronavirus. Che pure se ne sta portando via tanti, troppi. Semplicemente, il suo cuore di ciclista si è fermato. Purtroppo, quando torneremo alla nuova normalità che ci aspetta, Giuseppe non sarà con noi. Non lo vedremo più attraversare il quartiere in bicicletta. Ci mancherà, lui e la sua maglia gialla del Team Polti. E ci sentiremo sicuramente un po’ più soli.

 

Andà mia regular

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Ci incontriamo sulla vecchia statale Regina, che risale il lago di Como dal versante di Menaggio. Una domenica mattina sul presto, quando in giro siamo ancora in pochi. E’ piccolino, magro, leggero. Le mani in presa bassa, la pedalata nervosa. La sua bicicletta è una De Rosa Merak con il telaio in alluminio dalla livrea nera e azzurra identica a quella in dotazione alla Vini Caldirola tra la fine anni novanta e inizio dei duemila, il gruppo Campagnolo ancora tutto in alluminio. La bici sarà anche vecchia ma è tenuta perfettamente, la catena pulita, i pignoni che luccicano ai primi raggi del sole.

Siamo usciti entrambi da soli e ci ritroviamo per un tratto a pedalare insieme. La strada che costeggia il lago è un continuo saliscendi e la catena si sposta di continuo da un pignone all’altro per adeguare il rapporto alla pendenza. Il mio compagno improvvisato pedala bene. E’ irrequieto, cerca continuamente il fuorigiri, la frequenza di pedalata elevata, salta via gli strappetti che il percorso ci offre in pasto di continuo sempre rigorosamente in fuorisella, in piedi sui pedali. Ha un colpo di pedale agile e guizzante che difficilmente si improvvisa, che tradisce anni di esperienza e di corse.

Allora glielo chiedo, se faceva il corridore, e mi risponde di si, ma ha smesso ormai una decina di anni fa. La bici è rimasta quella di allora, non è un vezzo vintage. Come non lo sono l’abbigliamento, quel buffo casco giallo Rudy Project con la visiera sulla nuca o gli occhiali Briko Stinger che fanno tanto Cipollini e Pantani. Per lui niente completi retro-chic, niente GPS, niente misuratori di potenza. Oggi scappa via in bicicletta ogni volta che ha un po’ tempo, ma poco, troppo poco, giusto tre o quattro volte al mese. E ogni volta è come ricominciare daccapo, gli manca l’allenamento continuato, la tenuta sulla distanza, la potenza.

Ma l’istinto del corridore no, quello non lo perdi, e infatti quello gli è rimasto. Come sale in sella è un cavallo che morde il freno. Ogni volta è un’ora, un’ora e mezza di “libera uscita” sempre a tutta, a caccia di emozioni o, se preferite, di endorfine. A gustarsi a ogni metro di strada la sensazione della velocità, del proprio corpo che scivola nell’aria frullando sui pedali.

Scolliniamo dopo una breve rampetta fatta in apnea, non smettiamo per un istante di pedalare, la catena è subito giu’ sul dodici, scivoliamo dentro la brezza leggera che viene dal lago, la velocità schizza sopra i cinquanta. Non riesco a trattenere un sorriso. Facciamo un tratto a tutta senza parlare, col naso sul manubrio, poi la strada inizia a salire di nuovo. “Vedi”, mi dice allora, “mi manca potenza, dopo uno scatto cosi’ questa rampa si dovrebbe fare di slancio, col cinquantatrè, ora invece è solo istinto, ma comunque va bene cosi’, l’importante… l’è andà mia regular.”