Forse anche Dio voleva un tuo telaio.

Lo so. Lo dicevi da un pezzo che ti volevi ritirare. Ma nessuno avrebbe voluto che ti ritirassi. Nessuno era pronto a fare a meno di te. Ti ho incontrato la prima volta al Salone del Ciclo di Milano, nel 1997. Dopo aver fatto indigestione di telai in alluminio tutti con i cordoni di saldatura limati a rendere il più possibile liscia e invisibile la transizione tra i tubi, sono capitato nel tuo minuscolo stand.

Un nome sconosciuto. E questo chi è? Quattro o cinque biciclette da corsa in esposizione, magari con la sella pitonata o pelosa, e il telaio in acciaio, dai tubi rigorosamente tondi e i cordoni di saldatura – piccoli e perfetti – che si intravedevano sotto la vernice. Allora ti ho chiesto il perché. Il perché di quei telai diversi da tutti gli altri intorno. Avresti potuto liquidarmi con una risposta qualsiasi. Invece me l’hai spiegato.

Con i tuoi telai, avrei scoperto dopo, anche se con un altro nome scritto sopra, erano già state vinte corse importanti, mica intorno al campanile del paese. No, Giri d’Italia, Tour de France. L’hai spiegato a me, un ragazzino mai visto prima che non capiva molto di biciclette e aveva scritto in faccia che non aveva in tasca i soldi per comprarsene una. Hai spiegato a me perché tu facevi le biciclette proprio così, proprio in quel modo lì.

Eri un uomo di passione, di passioni. Passione per la bicicletta, passione per il tuo lavoro. Passione per le cose fatte bene, fatte in modo rigoroso, fatte come si devono fare. Senza scorciatoie e senza far cagade. Passione per le cose belle, per la musica, l’arte, l’architettura, il design. Ma anche passione per il cibo, il vino, il fumo, il caffè. In una parola, passione per la vita.

Quella volta a Milano dopo la chiacchierata ti ho chiesto se avevi un catalogo da darmi. E me l’hai dato e il tuo catalogo era una cartellina bianca con sopra una foto in bianco e nero di te in officina che saldavi, e dentro, pinzati insieme, tre fogli fotocopiati con la descrizione tecnica dei tuoi telai, a parole, senza foto. Quella cartellina con i tre fogli pinzati l’ho conservata. Ce l’ho ancora.

Poi ci siamo rivisti altre volte. Oggi che non ci sei più, penso, troppo poche. Mi ricordo una volta che sono stato da te a Caldonazzo, con alcuni amici. Siamo venuti a vedere da vicino come costruivi i tuoi telai. Tre sconosciuti. Ci hai ospitato a casa tua. Vitto, alloggio, e brasatura. E storie. Storie fantastiche di uomini e biciclette. Ti ho portato un disegno dedicato a Mario Confente, uno che ti aveva costruito un telaio quando correvi da ragazzo. E mi hai detto, questo lo metto a casa, mica in officina.

Mi ricordo una volta che sono venuto ad ascoltarti, di nuovo a Milano. Eri già conosciuto, quasi famoso, e c’era un sacco di gente intorno, e ci siamo salutati un po’ di fretta. Anche quella volta ti ho portato un disegno. In officina non l’ho visto. Forse hai messo a casa anche quello.

La bicicletta, quella invece me l’hai fatta vent’anni dopo. Il telaio giusto, quello che hai deciso tu, del colore che ti avevo chiesto io, anche se dentro di te pensavi che non fosse proprio una grande idea. Ma poi alla fine hai detto che era venuta niente male. E ho pensato che se dicevi così forse in fondo ti piaceva davvero.

L’abbiamo montata con i pezzi, tutti sbagliati, che avevo portato io. Abbiamo parlato poco di biciclette e tanto di tutt’altro. Abbiamo mangiato pane, salame e formaggio e aperto un paio di bottiglie di rosso tutti insieme in officina. E’ stata una bella giornata.

Ora te ne sei andato. Forse era ora. Forse era giusto cosi’. Forse è stato il tuo modo per ritirarti. O forse eri diventato troppo famoso e anche Dio voleva un tuo telaio. E non è tanto abituato ad aspettare. E allora faglielo, sto ultimo telar. Ma non farti intimidire, fagli quello che vuoi tu. Non farti influenzare, che lui non ne capisce niente di ‘ste robe. Dopo, riposati.

 

Il disegno è ispirato alla copertina del catalogo Pegoretti del 1997.
Il testo riportato sul disegno è la prefazione contenuta nel catalogo Pegoretti del 2006.
La foto l’ha scattata Dario nel 2016.

Marco

Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole,
di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai
banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono
simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”.

Jack Kerouac

 

Perché Marco ci manca ancora. Ci manca sempre. Ci manca come tutti quelli che se ne sono andati troppo presto. O troppo in fretta. Senza che ci sia stato il tempo di abbracciarsi. Di salutarsi. Di capire. Di pensare.

Ci mancano le sue sparate, i suoi affondi in salita, in piedi sui pedali, le mani basse sul manubrio. Ci manca quella macchia gialla che risale impazzita la montagna danzando lungo la striscia grigia dell’asfalto, con il gruppo sgretolato che scivola inesorabilmente indietro. Ci manca quell’omino con la testa rasata che pedala con il cuore in gola. E noi con lui.

Ci mancano le sue imprese. Montecampione, il Mortirolo, Oropa, il Galibier, il Plateau de Beille, l’Alpe d’Huez, Courchevel. Le sue leggende, i suoi gesti. La bandana, i pantaloncini senza fondello, il brillantino al naso lanciato via sulla salita. Ma ci mancano anche la sua Romagna e il suo Carpegna. Ci manca Cesenatico, e il Porto Canale, e il mare, e la spiaggia e anche la piadina.

Ci manca quella bicicletta d’alluminio gialla e celeste, con la scritta Bianchi in blu, la stessa Bianchi che era stata prima di Coppi e poi di Gimondi. Ci mancano le ruote Shamal d’alluminio che sparpagliavano lame di luce nel cielo, quegli assurdi tubolari gialli da 18mm, e l’improponibile cassetta pignoni con la scala rapporti 11-21.

Insomma, ci manca tutto. Su Marco è stato detto e scritto tanto, a volte anche a sproposito. Uno dei libri che ci è piaciuto di piu’ e Pantani era un Dio, di Marco Pastonesi, uscito qualche anno fa, in cui la sua vicenda è affidata al racconto corale di chi gli è stato vicino, direttori sportivi, amici, ma soprattutto i compagni di squadra, i suoi gregari, da sempre cari a Pastonesi. Dal racconto di una uscita di allenamento di uno dei suoi compagni (Marco della Vedova, con Pantani nel 2002):

Come corridore, il Panta è un grande. Un giorno, a Marbella, in Spagna, partiamo io e il Brigno (Ermanno Brignoli, con Pantani dal 1999 al 2002, ndr) a buon passo, 38 all’ora. Dopo una decina di chilometri che si pedala senza dire una sola parola, il Panta fa: «Ma cominciamo a fare sul serio?». Noi rispondiamo: «Marco, piu di cosí». Allora lui risponde: «Ok, tolgo la mantellina e ci penso io». Si spoglia – la mantellina serve solo per il riscaldamento – e si mette a menare, davanti, fino a Gibilterra, ai 45-50 all’ora per 80 chilometri, senza mai voltarsi, in mezzo al traffico come un pazzo. E arrivati al giro di boa, in cima a uno strappo, si ferma e mi chiede: «Mi sembra che vado, no?». Noi, finiti marci: «Possiamo tornare un po’ piu’ regolari?». Insomma, il Panta è il tipo che va a dormire alle tre di notte dopo averne combinate di tutti i colori e la mattina dopo ti porta in giro dall’inizio alla fine.

Ciao, Marco.

Penel 2017 cycling jersey

Beh, ci voleva. Dopo qualche anno abbiamo ridisegnato la maglia per lOsteria Penel di Lugano, dove la passione per la bicicletta è pari a quella per il buon vino e il buon cibo. E questa volta la maglia trasuda “swissness” da ogni fibra. La nuova maglia è dedicata all’indimenticato “pédaleur de charme“, il campione zurighese Hugo Koblet, il cui proverbiale pettine spunta da una delle tasche posteriori, e al Ticino, meravigliosa regione che oltre ad essere un paradiso per chi pedala ed è capace di regalare ottime soddisfazioni anche agli amanti il vino. Se poi vi piacciono tutte e due le cose, beh, non potrete fare a meno di farci un salto. Anche questa volta ringraziamo biciclista.it per la collaborazione.

www.osteriapenel.ch

graphic design: ciclisucarta.it
produzione: biciclista.it

Rupert Smissen

Rupert Smissen è un illustratore che vive e lavora a Londra, specializzato in ritratti e lavori figurativi in genere. Tra gli altri lavori ha fatto anche una serie di illustrazioni dedicate ad alcuni corridori, per il progetto Cycle Stars: A Trump Card Game, un mazzo di carte pubblicato dalla casa editrice Laurence King.

Mario Fossati (1922-2013)

Il Vigorelli, lo “Stradivari” della pista, di Mario Fossati
da “L’uomo a due ruote. Avvventura, Storia e passione”. Electa, Milano, 1987

I vecchi della parrocchia – che è la consorteria che conosce tutti i record della pista – si affacciano a uno a uno alla gran porta dello stadio, all’ellisse di abete dal disegno tanto puro. Sono increduli. La cifra per il ripristino è stata stanziata. Il parquet verrà raschiato, rappezzato, verniciato… La tettoia, che ricopriva la pista fin oltre la fascia azzurra di riposo, verrà ricostruita. Un anno di lavoro eppoi, a settembre, dovremmo riascoltare il rombo sordo che le ruote leggere sollevano al passaggio sulle tessere di legno: un rombo, sosteneva Anteo Carapezzi, l’antico direttore del velodromo, che ha il potere di infondere una distensione completa.
Anteo Carapezzi, il padre di Adone Carapezzi ( il noto telecronista) mi ha raccontato la fine del velodromo Sempione e la nascita del velodromo Vigorelli. Il vecchio Carapezzi amava la pista e soprattutto amava che altri l’amassero. Credo che per questo mi avesse preso in simpatia. Al Vigorelli approdava mezzo mondo. Vi lavoravano d’agilità gli sprinter e gli americanisti, che giravano i cinque continenti.
Carapezzi mi dava la voce dal prato, dalla pelouse, e io lo accompagnavo verso la curva Nord, che era, a suo avviso, la piu’ sofferente. Carapezzi ne accarezzava le tessere. Le curve al tramonto sono alti muri che scalano l’oscurità. Carapezzi parlava, parlava. “Adesso le voglio dire una cosa. Questo capolavoro qui, che è bello come un violino di Stradivari, è nato per caso. Hanno abbattuto il Sempione e fu un delitto. E sa perché hanno distrutto il Sempione? Perché accadeva che il Girardengo preferisse una mia riunione su pista al Giro di Lombardia.”
“A provocare la distruzione del Sempione è stato Emilio Colombo, patriarca dello sport milanese, direttore de ‘La Gazzetta dello Sport’. A Colombo le debolezze verso la pista da parte di ‘Gira’ e degli altri davano maledettamente sui nervi. Un bel mattino, al Sempione, su ordine telegrafico giunto da Roma, arrivo’ una squadra di muratori. I muratori salirono su una curva e ne tagliarono una fetta. Un’infamia! Mori’ il Sempione e per anni i pistaioli italiani furono comoe morti. Io mi ritrovai disoccupato. Per sbarcare il lunario mi diedero un posto di custode al campo del Milan.”
Un giro di vite al discorso.
“Nel 1932 ci fu il mondiale a Roma. L’architetto Schurmann, un architetto con licenza tedesca, disegno’ la pista: la Carpenteria Bonfiglio di Milano la mise in opera. La pista venne alzata nello stadio del partito (l’attuale Flaminio). Finito il mondiale venne impacchettata e rispedita a Milano. Eravamo nel 1935. L’anno dopo ci sarebbero state le Olimpiadi di Berlino. Una pista sarebbe stata utilissima alla preparazione. Lei sa come sono i milanesi. E’ importante sempre e comunque fare. Subito all’impiedi le strutture di un velodromo semicoperto e poco distante dal defunto Sempione. Quando si tratto’ di montare la pista subito s’accorsero che le tribune gli andavano strette.
“Io dicevo a Bonfiglio: ‘Se questi matti svuotano l’incavo dello stadio di tanti metri cubi di terra, tu fai due parti delle curve e le ricuci, la pista ci entra e sotto il livello del suolo, semicoperta, ti diventa la pista piu’ scorrevole del mondo.’ L’umidità delle notti milanesi avrebbe imbevuto le tessere facendole rivivere. L’inverno – Bonfiglio ne era certo – avrebbe soltanto alzato il legno in una grande gobba, all’ingresso della dirittura del traguardo. Il tepore della primavera avrebbe spianato la gobba. Cosi’ fu. Il Vigorelli affidato al cavalier Giacomo Grassi era nato”.
La storia del Vigorelli fatta di record, di campionati, di match sfociava, nel discorso di Carapezzi nella terribile notte dell’estate del 1944 quando una pioggia di bombe incendiarie cadde su Milano. Il Battista, l’antico custode, si sentiva chiamato in causa.
“Guardi, un baccano da fare saltare le orecchie. Io capisco a volo e li porto via i miei, in camicia da notte. Mia madre, poveretta, si sveglia e crede di sentire suonare le trombe del Giudizio. Io mi sono voltato un istante: c’erano gocce di fuoco dappertutto: la pista era un anello di fuoco. Illuminava l’erba del prato che sembrava entrata nelle sue radici. Un inferno”.
L’indomani, il Vigorelli pareva lo scheletro di un enorme mammuth. La guerra, la Liberazione. Carapezzi sorrideva.”Lei mi dica se in Italia le cose le realizzano sempre per caso o per irritazione nervosa. Il cavalier Grassi, dunque, si dà da fare per trovare un operatore economico, che costruisca e investa nel Vigorelli. Hai voglia! ‘La Gazzetta dello Sport’ freme: scrive che noi si mette un mattone di giorno e che lo si toglie la notte. Grassi si rivolge anche a suo figlio, Luigi, che fa il giornalista. ‘Ma tu’, gli chiede, non conosci nessuno che abbia il grano e la voglia?’ Luigi risponde: ‘C’è un mio compagno di scuola, Vittorio Strumolo, tifoso di Tano Belloni, che sa di sport e di economia’.
“Un colpo di telefono e appare Strumolo. Un altro colpo di telefono: è Strumolo a chiamare il commendator Zafferri. L’affare è fatto. Tanti sacchi di cemento: tanti cubi di legname: non piu’ abete degli Urali ma abete delle Alpi, le cui essenze sono identiche. Ed ecco il Vigorelli”.
Il ciclismo personifica i percorsi. Le tappe di un Giro o di un Tour possono essere aspre, maligne, perfino idiote e, quando il pavé le incarognisce, anche immonde. Il velodromo Vigorelli – questa ellisse lunga 397 metri – è l’ultima pista personificata che io conosca. L’assessore di cui ricorda il nome non è piu’. Non avrebbe mai immaginato che il suo ricordo sarebbe stato tramandato per mezzo secolo, in maniera anche burrascosa.
Il vascello del Velo’ d’Hiver è affondato sulle rive della Senna. Il piccone demolitore ha sgretolato il cemento rosa del Parc des Princes. Il Vigorelli è sfuggito agli indesiderabili che lo avrebbero voluto degradare a cinodromo. I patiti del rock, che la “parrocchia” con sdegno eccessivo chiamava “i tremolanti”, hanno increspato il parquet e ferito le curve. Un bruttissimo giorno di anni or sono la tettoia, gravata dalla neve, è finita a scivolo sulla pista, che la federazione ciclistica aveva appena ripristinato. La S.I.S di Strumolo non esisteva piu’.
Il presidente della Federciclismo Agostino Omini si dava un gran daffare perché il Vigorelli tornasse agli onori del mondo. Gli abitanti del borg di scigolatt, della zona sei, che il Vigorelli lo avevano conosciuto bambini, non soltanto sospiravano sulle sorti ma premevano per una quarta resurrezione. (I cagnari, il cui avvento era stato arginato e respinto a furor di popolo, avevano sconciato l’impianto sino alla soglia della distruzione.)
La pista venne parzialmente rifatta. Un appassionato dirigente, Alcide Cerato, si assunse la responsabilità della gestione. Con lui, Antonio Maspes. Un ex pistard, Nino Arioli, la rattoppa con certosina pazienza. La giunta comunale di Milano ha emanato il bando per un definitivo potenziamento e riassetto. Un giovane assessore allo sport, il dottor Intiglietta, ha sollecitato, pungolato la Giunta. Privo della tettoia, il Vigorelli d’oggidi’ figura come un vecchio signore aduso al frak, colto di sorpresa in pigiama.
La storia del nostro velodromo è la storia del ciclismo: nella sua personificazione il Vigorelli è stato di volta in volta talent scout, tremendo epuratore, propiziatore di exploit. Antonio Maspes, sette volte campione del mondo, ha scoperto il Vigorelli all’età di quattordici anni. Terremotava viale Certosa con una grossa Guzzi. “Da via Arona veniva il rumore di un motore. Mi sono avvicinato alla sorgente di quel fragore. Era il Vigorelli. C’era una corsa degli stayers. L’anello di un rosso fulvo: la fascia di riposo di un delicato color azzurro. Una linea nera tracciata in una striscia di un bianco lucido, abbagliante. Il traguardo. I motociclettoni con il conduttore diritto come un derviscio sulla canna e il mezzofondista appallottolato al rullo”. Antonio Maspes ne rimase incantato. L’indomani si presentava al Vigorelli pieno di speranza.
Il Vigorelli ha schierato altri aristocratici del muscolo: Scherens detto “il Poeske”, il gatto, Gerardin, il cocco di Parigi, che aveva incontrato Edith Piaf, che lo aveva molto incoraggiato, Van Vliet, Reg Harris, “lo sparviero di Manchester”, i modi, lo stile di un baronetto, il cui viso aveva il taglio diritto delle sue volate; Oscar Plattner, Derksen, Astolfi, Beromi, Gaiardoni.
Il Vigorelli è sempre stato il popolo di Milano, quello schietto, non corrotto, sensibile al confronto diretto, al match.
I record dell’ora, gli incontri a inseguimento, per il pueblo si valgono. La morale dell’uomo appartiene a due sport, uno vecchio, l’altro antico, il ciclismo e la boxe. Il primato dell’ora è sempre stato accolto dalla “parrocchia” come l’esplorazione totale dei limiti di un campione, come un tema di esistenza. Quando ci si mise Coppi il 7 novembre 1942 c’era la guerra. Gli assi del ciclismo si buttavano sui record per giustificare l’assenza dal fronte. “Devi fare qualcosa”, aveva suggerito Cavanna a Fausto. “Se dobbiamo fare qualcosa”, aveva risposto Coppi, “facciamo il record di Archambaud (45,840 km)”.
Il primato di Coppi (45,871 km) io non l’ho veduto. Mi avevano spedito in Russia con un cappotto che si apriva ai sette venti e un paio di scarpe che il sale di neve della steppa incrostava. Me lo hanno, pero’, raccontato Cavanna, Carapezzi, Tano Belloni, Mario Della Torre, il patron della Legnano, di cui Coppi vestiva i colori e lo stesso Coppi: una cronaca fedele al punto da escludere ogni possibile sospetto.
“Glielo hanno battuto il primato”, diceva Mario Della Torre, “Anquetil (46,359 km) e uno splendido dilettante, Baldini (46,393 km) – lo supereranno, aggiungo io, al Vigorelli, Rivière (47,346 km) e Moser (49,802 km) e in altura Ritter, Merckx, Moser (51,151 km) – ma il Fausto era stato in pista nell’inverno, con una maglia di lana a cinque tasche, che a vederla, un cuore tenero si sarebbe messo a piangere. Sotto la tettoia, un pubblico dal cappotto rovesciato, dal bavero sdrucito. E l’Ugo Bianchi aveva messo insieme una bicicletta avara d’alluminio, solamente munita di due cerchioni sottilissimi che reggevano appena alla tensione dei raggi”.
La campana scandiva un ritmo doloroso, che gli passava attraverso il casco, di feltro, di 600 grammi. L’atmosfera di guerra, il freddo, l’improvvisazione avevano fatto soffrire Coppi come una bestia.
Al ritorno in caserma, Fausto apprese di essere stato aggregato al 36° Fanteria, destinazione Tunisi, via Sciacca. Il 13 aprile 1943 era un prisoner of war. Traumatizzato – il Coppi del 1949 e del 1952 avrebbe poturo spingere l’indice piu’ su – Fausto conservava il record dell’ora come una memoria amara.
Il Vigorelli è sempre stato la leggenda, l’oggi, il domani. I grandi stayers Lohoman, Severgnini, Laquehay, Frosio. Gli americanisti Slaats, Pellenaers, il Guerra vecchio, Terruzzi, Rigoni. Gli inseguimenti, Fausto Coppi all’ultimo giro con Schulte; Coppi davanti a Patterson. Messina, che scivolava a pelo di corsa. Faggin, con la sua falcata corta ma precisa. Rivière, che aveva battezzato “Vigorelli” il suo bar a Clermont Ferrand. E Baldini e Anquetil e Magni e Bartali; quanti vi hanno girato sopra.
Sembrerà che io non conosca il Vigorelli se dei grandi match di boxe non ho ancora detto. Michele Palermo, Spoldi, Orlandi, Montanez, Deyana, Loi, Mitri, Galliana, Perkins. Il gemellaggio ciclismo-boxe era spontaneo, non aveva bisogno di annunci. Di Turiello-Cerdan conservo un ricordo di gioventu’. Le schivate bassissime, a livello di tappeto di Turiello, la forza grezza di Cerdan, incontenibile vincitore. E il quadro finale, mille e mille fiamme di accendini, di briquets, che andavano su diritte nella notte. Piu’ che lucciole tanti piccoli ceri accesi davanti alle nostre speranze. Eravamo nel 1939. I mondiali del ciclismo, al Vigorelli ,verranno interrotti dalla guerra.

fossati

C’était des grimpeurs

Equipe Born to Climb

Bella pagina del sito de l’Equipe Explore dedicata ai piu’ grandi scalatori della storia del ciclismo, con testo di Philippe Brunel disponibile in francese o in inglese e arricchita da foto, illustrazioni e video. Le illustrazioni sono di Hugues Micol.